
ROMA, 30 GIUGNO 2026 – Ci sono opere che tornano visibili. E ci sono opere che, tornando visibili, costringono a riflettere su quanto ci ha trasmesso un’antica civiltà. Per Laura Maria Michetti, professoressa ordinaria di Etruscologia alla Sapienza Università di Roma, l’apertura al pubblico degli affreschi della Tomba François al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia appartiene a questa seconda categoria: non è soltanto una grande acquisizione, né semplicemente il ritorno in scena di uno dei cicli pittorici più celebri dell’arte etrusca. È un momento in cui ricerca, tutela, museo e responsabilità collettiva tornano finalmente a parlarsi.
Un evento epocale per l’Etruscologia

Presidente del comitato scientifico di Vulci nel Mondo (il più grande database online di reperti dall’Etruria), membro del consiglio direttivo dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi e Italici (presieduto da Giuseppe Sassatelli) e del comitato scientifico per il nuovo allestimento del Museo di Villa Giulia, Michetti legge l’acquisto degli affreschi da parte dello Stato dagli eredi Torlonia come “un evento sicuramente epocale per l’etruscologia”. Non solo perché restituisce al pubblico immagini rimaste a lungo quasi invisibili a Villa Albani Torlonia, ma perché permette di affrontare, attraverso un caso esemplare, uno dei nodi più delicati dell’archeologia contemporanea: il patrimonio disperso.

“L’importanza è molteplice”, spiega Michetti a Etruscan Times. “Quello che chiamiamo patrimonio disperso è un fenomeno dovuto a ragioni diverse e a momenti storici diversi, che ha provocato una perdita spesso quasi insanabile dei contesti di ritrovamento. Oggetti provenienti da scavi antichi, da raccolte private, da vicende collezionistiche complesse, ma anche da scavi clandestini, sono confluiti nei musei di tutto il mondo o sono rimasti nel chiuso delle case di privati. Questo vale per molte città etrusche, ma riguarda in modo particolare l’Etruria meridionale e il Viterbese. Il risultato è che intere porzioni di storia sono state fortemente compromesse nella loro possibilità di essere ricostruite”.
La Tomba François, scoperta nel 1857 nella necropoli di Ponte Rotto a Vulci, è da questo punto di vista un caso quasi paradigmatico. Gli affreschi furono staccati nell’Ottocento e trasferiti a Roma. Il corredo funerario prese altre strade, disperdendosi in più raccolte europee. Ora, grazie al nuovo allestimento e alla mostra di Villa Giulia, il pubblico può finalmente percepire, almeno in parte, l’unità perduta di quel contesto.


“Il punto non è soltanto vedere gli affreschi”, osserva Michetti. “Il punto è capire che anche il corredo della Tomba François è disperso. Si trova in almeno quattro musei: il Louvre, il British Museum, il Musée d’Archèologie et d’Histoire di Losanna, quello del Cinquantenaire di Bruxelles. Questo fa della François un esempio vivente della dispersione da un unico ambiente funerario verso musei diversi, in nazioni diverse, con storie diverse. La mostra può far capire al pubblico perché tutto questo è un danno: perché nessuno, fino ad oggi, ha avuto davvero la possibilità di vedere la tomba sapendo che cosa conteneva e avendo insieme, o almeno in rapporto, gli affreschi e gli oggetti”.
La parola chiave è “riconstestualizzazione”
La parola decisiva, per Michetti, non è necessariamente restituzione. O meglio: non soltanto. È ricontestualizzazione. “Non ci interessa più di tanto, o almeno non sempre, il tema della restituzione materiale, che in molti casi non è neppure possibile quando gli oggetti sono stati acquisiti legalmente. Quello che ci interessa è la ricostruzione delle informazioni. Rintracciare i reperti disseminati nei musei del mondo, ricostruirne le vicende, studiare quella che possiamo chiamare la biografia dell’oggetto: archivi, inventari museali, fotografie, documenti, provenienze più o meno generiche. Tutto ciò che permette, quando possibile, di confermare una provenienza, di avvicinarsi a definire l’appartenenza di un reperto a una necropoli, a una tomba, a un contesto specifico”.

È anche da questa esigenza che negli ultimi anni è nato il progetto sul patrimonio disperso delle città d’Etruria, condotto dal settore di Etruscologia del Dipartimento di Scienze dell’Antichità della Sapienza. “Siamo partiti proprio da Vulci”, ricorda Michetti, “mettendo insieme studiosi, ricercatori, direttori di musei, curatori, archeologi di diversa provenienza e di diversa afferenza. L’obiettivo? Recuperare tasselli di storia. Piccoli tasselli, certo, ma fondamentali: perché in archeologia una provenienza confermata, una relazione chiarita, un documento ritrovato possono cambiare la lettura di un intero contesto e aggiungere tasselli di storia”.
Con le Cronache Vulcenti la Sapienza ha così avviato una sorta di collaborazione internazionale e ha subito affiancato il progetto Vulci nel Mondo, lanciato da Arturo Zampaglione, per ricostruire, attraverso una piattaforma digitale, la geografia dei reperti vulcenti disseminati nei vari continenti.

Nel caso della François, il tema diventa ancora più forte perché gli affreschi non sono solo capolavori figurativi. Sono documenti storici. Anzi, in qualche modo, testi. “Per una civiltà della quale non abbiamo conservato la letteratura”, sottolinea Michetti, “questo ciclo pittorico ha un valore enorme. Racconta attraverso immagini e iscrizioni storie viste dagli Etruschi. Sono straordinarie opere d’arte, ma anche eccezionali testimonianze storiche. Come le lamine d’oro di Pyrgi con i loro testi iscritti possono essere considerate fonti letterarie, così anche questi affreschi lo sono: perché raccontano per immagini, ma con iscrizioni, una storia, un’ideologia, una memoria”.

Il cuore del ciclo è nel confronto raffinatissimo tra mito greco e storia di Roma arcaica. Da una parte le scene mitiche, dall’altra episodi collegati alla Roma dei Tarquini e al mondo etrusco. “Il fatto di mettere a confronto, su pareti opposte, il mito greco e la storia di Roma arcaica intrecciata con quella delle città etrusche è un segno di enorme consapevolezza culturale”, spiega Michetti. “Presuppone una conoscenza molto attentadi eventi fondamentali per la grande città latina, ma anche una volontà di costruire rimandi tra mito e storia. Il sacrificio dei prigionieri troiani, le lotte tra eroi vulcenti e personaggi provenienti da altri centri etruschi, la liberazione di Caile Vipinas (Celio Vibenna) da parte di Macstrna-Servio Tullio, gli Etruschi che intervengono nella vicenda del potere a Roma: tutto questo è di altissimo livello. E riguarda una storia che, rispetto alla datazione della tomba, è più antica di circa due secoli. C’è dunque una straordinaria consapevolezza della storia di Roma antica, filtrata però da uno sguardo etrusco”.

Non meno importante, aggiunge Michetti, è la parte “ornamentale” posta al di sopra degli affreschi: fregi, motivi geometrici, lotte di animali, decorazioni che parlano di circolazione a vasto raggio dei modelli. “La parte non narrativa è altrettanto importante. Certi tipi di decorazione sono collegati al mondo tarantino e, attraverso Taranto, rimandano addirittura a modelli macedoni. E questo dialoga con gli oggetti del corredo: gioielli, vasi a figure rosse, ceramiche sovradipinte, produzioni che mostrano contatti con l’Italia meridionale e con il mondo apulo. Importazioni, oggetti prodotti a Vulci su imitazione di modelli della Magna Grecia. In ogni caso ci dicono a quali ambiti culturali guardava questa famiglia, la famiglia dei Saties, quali rapporti aveva, quale fosse la sua sfera d’azione”.

La mostra di Villa Giulia, dunque, non ricompone soltanto un capolavoro. Restituisce complessità. Permette di vedere la tomba come un sistema: pittura, iscrizioni, corredo, genealogia, memoria familiare, contatti culturali. “Vedere insieme, o almeno mettere in relazione, gli affreschi e il corredo consente un discorso unitario”, dice Michetti. “Ci fa capire che cosa c’era nella tomba, quali scelte erano state fatte per i defunti, quale immagine di sé questo gruppo aristocratico volesse trasmettere. Anche se il corredo è parziale, il suo accostamento agli affreschi aiuta a capire molto meglio chi fossero quei personaggi, quali i loro valori di riferimento e quale mondo volessero evocare”.
Per Michetti, il valore dell’acquisizione è anche civile. “È un fatto simbolicamente importantissimo”, conclude. “Vuol dire che lo Stato mette in campo risorse significative per rendere accessibile al pubblico un patrimonio comune. È la riaffermazione di un principio: ciò che viene dal passato, ciò che la terra ci ha restituito, è un bene di tutti. E a tutti deve essere destinato. Questo si collega direttamente al tema del patrimonio disperso, perché il vero obiettivo è far sentire le persone responsabili dei reperti, degli oggetti, delle tombe, degli affreschi, del territorio nel quale vivono. Un patrimonio che è di tutti deve essere conosciuto da tutti, tutelato da tutti, sentito da tutti come proprio”.

Forse è proprio qui che la Tomba François, dopo una lunga storia di separazioni, torna a essere intera. Non fisicamente, perché la tomba è a Vulci, gli affreschi a Roma e il corredo in parte ancora altrove. Ma culturalmente sì: dentro un racconto finalmente pubblico, dentro un museo nazionale, dentro una ricerca che prova a riannodare fili spezzati. Per gli Etruschi, popolo del quale non è stata tramandata la letteratura, ogni immagine è una voce superstite. E quelle della François, oggi, ricominciano a parlare. (@EtruscanTimes)

