TARQUINIA, 26 SETTEMBRE 2026 – C’è una stagione dell’anno in cui il grande pianoro della Civita torna a popolarsi come una città. Non di abitanti, naturalmente, ma di archeologi, studenti, restauratori, tecnici, studiosi e visitatori. Le trincee si riaprono, le pietre ricominciano a parlare, le strade riemergono dalla terra. E nel settembre 2026, mentre le campagne archeologiche si avviano verso la conclusione (primi giorni di ottobre), Tarquinia offre forse più chiaramente che in passato l’immagine di una città antica osservata nella sua lunga durata: etrusca, romana, mediterranea. Tre fronti di ricerca – il grande Progetto Tarquinia, condotto dal 1982 dall’Università degli Studi di Milano, gli scavi della Università degli Studi di Macerata sulla città romana e le indagini a Gravisca, l’antico porto – stanno componendo tessere diverse di una stessa storia.
È anche il senso di Civita Aperta 2026, che quest’anno ha fatto un salto di scala. Nata nel 2015 dall’esperienza scientifica del Progetto Tarquinia, l’iniziativa si è articolata per la prima volta in tre giornate, dal 18 al 20 settembre, trasformando quello che normalmente è un cantiere di ricerca in un luogo di incontro fra università, istituzioni e comunità. La rete è ampia: Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale, Regione Lazio, Comune di Tarquinia, PACT (Parco Archeologico di Cerveteri e Tarquinia), Università Agraria di Tarquinia, Università di Macerata, Universitat Jaume I, scuole, associazioni e realtà produttive del territorio. È proprio questa rete, sottolineano le organizzatrici Giovanna Bagnasco Gianni e Matilde Marzullo dell’Università degli Studi di Milano, a fare di Civita Aperta non una semplice giornata di visite ma un modello di ricerca e restituzione pubblica radicato nella città.

La risposta del pubblico è stata particolarmente forte. Più di cento persone hanno partecipato all’apertura straordinaria dei depositi del Museo Archeologico Nazionale, mentre la giornata conclusiva sulla Civita ha portato i visitatori attraverso quattro punti fondamentali del pianoro: il “complesso monumentale”, Porta Romanelli, il santuario dell’Ara della Regina e il Foro Romano. Un percorso che, quasi naturalmente, raccontava la continuità della città dalle origini etrusche all’età imperiale. L’archeotrekking, le visite degli archeologi e la ricostruzione digitale delle fasi arcaiche dell’Ara della Regina hanno dato a questa edizione un carattere più aperto e partecipato delle precedenti.

La presentazione di Tarchna V ha rappresentato uno dei momenti scientificamente più significativi di Civita Aperta 2026, inserendosi però in un programma molto più ampio, costruito intorno agli scavi, al museo, al rapporto con la città e all’apertura dei luoghi della ricerca al pubblico. Il volume – due tomi, circa 1.800 pagine, frutto di tredici anni di lavoro interdisciplinare, di cui Etruscan Times ha già parlato – è dedicato al pozzo sigillato del “complesso monumentale”, un deposito rituale chiuso alla metà del II secolo a.C. con oltre 20.000 reperti, iscrizioni in etrusco, greco e latino, resti organici e materiali votivi. Un contesto che consente di osservare da vicino, in una fase di profonde trasformazioni politiche e culturali, il rapporto fra tradizione etrusca e presenza romana.

A illustrarne i risultati sono state soprattutto Giovanna Bagnasco Gianni e Matilde Marzullo, che hanno affrontato rispettivamente gli aspetti religiosi ed epigrafici del deposito e la sua stratigrafia e formazione. Ma il significato della loro presenza, nel quadro di Civita Aperta, andava oltre la presentazione del libro: mostrava il filo che unisce anni di scavo e di studio alla restituzione pubblica della ricerca. È proprio questo passaggio, dalla ricerca specialistica alla condivisione con cittadini e visitatori, a essere diventato uno degli elementi caratterizzanti della manifestazione.

Il museo costituisce uno degli anelli fondamentali di questa catena. L’apertura dei depositi del Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia, guidato dal direttore del PACT, Vincenzo Bellelli, ha permesso di rendere visibile ciò che normalmente resta dietro le quinte: la lunga vita dei reperti dopo il ritrovamento, fra catalogazione, studio, conservazione e valorizzazione. Civita Aperta ha così ricongiunto simbolicamente la città antica, il museo e quella moderna, con il coinvolgimento del Comune di Tarquinia e del sindaco Francesco Sposetti.
I 190 ettari della città romana alla Civita

Ma la Tarquinia del 2026 non è soltanto la grande capitale etrusca che tutti conoscono. Pochi passi più in là, sulla stessa Civita, una seconda città sta riaffiorando: quella romana. A guidare la missione dell’Università degli studi di Macerata è Giulia Baratta, responsabile del Tarcheoteam, che lavora in collaborazione con le Università di Castellón de la Plana e di Verona, con il sostegno del Comune di Tarquinia, della Fondazione Carivit, del governo spagnolo, della Soprintendenza, oltre che con il prezioso aiuto del Comando dei Vigili del Fuoco e la collaborazione dei volontari di Archeotuscia.
Su concessione della Soprintendenza per l’Etruria merdionale, è oggi l’unico cantiere sulla Civita specificamente dedicato alla fase romana. E Baratta insiste su un punto che aiuta a leggere l’intera vicenda di Tarquinia senza cesure artificiali: «La cesura etrusco/romano è decisamente forzata». Dopo la conquista, osserva, Tarquinia «non perde del tutto la sua anima etrusca». Piuttosto, si assiste a «un lento fluire di abitudini e tradizioni dal mondo etrusco a quello romano».
È forse questa la chiave più interessante per comprendere gli scavi romani del 2026. Le indagini stanno riportando alla luce un’imponente struttura della prima età imperiale, estesa finora per circa 900 metri quadrati e organizzata attorno a un atrio di quasi 200 metri quadrati. Al centro compare un impluvium rivestito in marmo; sotto, una grande cisterna. Intorno si aprono ambienti con mosaici e pareti affrescate, mentre sul quarto lato l’edificio si affaccia su una strada basolata, con vani forse destinati a negozi o tabernae. Le dimensioni e la posizione, vicina a un edificio sacro e a una delle principali piazze pubbliche, inducono gli archeologi a interrogarsi sulla funzione: una grande residenza privata, oppure uno spazio con una componente pubblica?

Nelle fotografie dello scavo la monumentalità è immediatamente percepibile. Il terreno chiaro della Civita è tagliato da muri, pavimenti e superfici; in primo piano affiorano i basoli della strada, mentre un albero isolato segna quasi il confine fra il cantiere e il paesaggio aperto. Anche i reperti raccontano una città viva: anfore, vasellame da mensa, bicchieri in vetro colorato, astragali per il gioco, pesi da telaio, ami da pesca. Oggetti piccoli rispetto alle grandi architetture, ma forse ancora più eloquenti per ricostruire consumi, attività produttive e commerci. Due strade basolate convergono inoltre verso una piccola piazza con un pozzo, oggi oggetto di ulteriori indagini. La città romana appare così non come uno strato sovrapposto e separato, ma come un capitolo successivo di una storia urbana che continua a trasformarsi.
Gli scavi al porto di Gravisca

E poi c’è il mare. A Gravisca, l’antico porto di Tarquinia, le ricerche aggiungono un’altra dimensione alla stagione 2026: quella dei rapporti mediterranei. Una speciale apertura promossa dal Ministero della Cultura, dalla Soprintendenza e dall’Università degli Studi di Perugia ha messo in comunicazione il vecchio settore di scavo con quello nuovo, accompagnando i visitatori fra le tracce delle attività e delle persone che frequentarono il porto. Gravisca è, in un certo senso, l’altra faccia della Civita: se sull’altopiano si ricostruiscono istituzioni, culti e spazi urbani, sulla costa si segue la rete degli scambi che collegava Tarquinia al Mediterraneo.

Alla fine di questa lunga estate archeologica, è proprio l’insieme a colpire. Civita, Gravisca, il museo, il pozzo votivo, il grande edificio romano, le strade, le scuole, i depositi aperti al pubblico. Non una sequenza di scavi isolati, ma una città studiata attraverso epoche, luoghi e discipline differenti. E forse il successo di Civita Aperta sta soprattutto qui: nell’aver fatto capire che Tarquinia non è soltanto un passato da contemplare, ma un laboratorio ancora in movimento, nel quale ogni campagna modifica la mappa di ciò che pensavamo di conoscere. (@EtruscanTimes)

