
La giornata di studi Vulci a Villa Giulia. Rileggere la Tomba François nel suo contesto, patrocinata anche dall’Istituto Nazionale di Studi Etruschi ed Italici, aveva del resto già nel titolo la sua parola chiave: contesto. Perché il grande problema della François è anche la sua storia moderna. Scoperta nel 1857, smembrata, privata delle pitture, con parte del corredo dispersa tra collezioni e musei europei, la tomba è arrivata fino a noi per frammenti. Ora una parte essenziale di quei frammenti ha ricominciato a incontrarsi a Villa Giulia, prima con l’acquisizione statale degli affreschi e poi con la mostra Il ritorno degli eroi, che ha portato a Roma oggetti provenienti, fra l’altro, dal Louvre, dal British Museum, da Bruxelles e da Losanna.

Alfonsina Russo, capo del Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale del Ministero, ha dato subito all’operazione una dimensione più larga della celebrazione. L’acquisizione, ha ricordato, restituisce alla collettività un bene di eccezionale valore storico, artistico e identitario, ma soprattutto apre una nuova stagione di studi, educazione e accessibilità. La Tomba François deve tornare a essere comprensibile non soltanto agli specialisti: deve riallacciare i propri fili con Vulci (il 5 ottobre sarà annunciato un accordo tra Villa Giulia e la Fondazione Vulci), con l’Etruria e con un pubblico che proprio la vicenda dell’acquisizione ha mostrato essere molto più vasto di quanto spesso si immagini.

Un punto sul quale è tornato Giuseppe Sassatelli, presidente dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi ed Italici: il ritorno delle pitture ha «risvegliato un interesse anche al di fuori della comunità degli addetti ai lavori». La giornata di studi è stata, secondo Sassatelli, la risposta della ricerca a quel successo pubblico: una comunità scientifica «piccola ma molto vivace» che, passato il clamore dell’annuncio, torna a interrogare il monumento.
Ma la frase che meglio ha sintetizzato il senso dell’incontro è venuta dalla direttrice di Villa Giulia Luana Toniolo, una delle protagoniste dell’operazione che ha portato le pitture allo Stato: «Rileggere vuol dire ricomporre».

Non basta infatti avere riportato a Roma gli affreschi. Bisogna ricomporre pittura e architettura, iscrizioni e ritualità, cultura materiale e memoria familiare, storia della scoperta e territorio. La François, ha osservato Toniolo, «è molto di più» di un grande ciclo pittorico: è un sistema nel quale immagini, spazi, oggetti e testi concorrono a costruire un messaggio di identità, memoria e potere. E proprio perché le pitture sono ora patrimonio pubblico, Villa Giulia può sottoporle a nuove analisi chimiche e microscopiche, a indagini multidisciplinari, perfino a letture capaci di rimettere in discussione ciò che si pensava già acquisito.

Da qui il secondo grande tema della giornata: la dispersione e il tentativo di porvi rimedio. Laura Maria Michetti, della Sapienza, ne ha fatto quasi una questione di metodo. Vulci è stata una delle città etrusche più duramente segnate dagli scavi ottocenteschi e dalla conseguente diaspora dei suoi reperti. Oggetti appartenuti allo stesso corredo possono trovarsi oggi a centinaia o migliaia di chilometri di distanza, separati non soltanto fisicamente ma anche nella memoria museale e scientifica.
È precisamente da questa frattura che nasce Vulci nel Mondo, ricordato da Michetti come un tentativo di «ricomporre almeno virtualmente» ciò che non può sempre tornare materialmente insieme. La piattaforma riunisce digitalmente reperti vulcenti custoditi nelle collezioni internazionali e, ha sottolineato la professoressa di Etruscologia alla Sapienza, ha anche una forte funzione formativa: studenti e giovani ricercatori imparano, ricostruendo provenienze e corredi, cosa significhi davvero perdere un contesto archeologico.

Da questa esperienza nascerà ora, sotto l’egida dell’Istituto nazionale di studi etruschi e italici, Etruschi nel Mondo, che ambisce a estendere il modello di Vulci nel Mondo alle altre città dell’Etruria. Il passaggio non è secondario. Quello che era nato come progetto legato a Vulci si propone come metodo più generale contro la dispersione: non cancellarla – la storia non si può riscrivere – ma restituire agli oggetti le relazioni perdute. È forse uno dei messaggi più attuali emersi a Villa Giulia: il museo del futuro non coincide necessariamente con il possesso materiale di tutto ciò che racconta. Può ricostruire reti, provenienze e storie attraverso la cooperazione internazionale e gli strumenti digitali.
E proprio la cooperazione internazionale ha prodotto una delle novità più concrete della giornata. Da Losanna, Lionel Pernet ha annunciato la disponibilità a discutere un prestito di lunga durata a Villa Giulia per una parte dei circa trenta-trentotto reperti conservati nelle riserve del museo e collegabili alla François. «Da soli», ha osservato in sostanza, quegli oggetti raccontano molto meno di quanto potrebbero raccontare accanto al resto del loro contesto. Giulio Paolucci ha salutato l’apertura come un gesto tutt’altro che scontato e come un possibile modello per ulteriori ricomposizioni.

Anche da Bruxelles, dove la sezione delle antichità rimarrà chiusa per un lungo riallestimento, si prospetta la possibilità che reperti oggi presenti nella mostra Il ritorno degli eroi possano restare a Villa Giulia attraverso prestiti di lunga durata.
Non sarebbe il ritorno definitivo dei corredi dispersi, ma qualcosa di forse più interessante dal punto di vista museale: la possibilità di trasformare progressivamente Villa Giulia nel luogo in cui la François torna leggibile come insieme.

Il contributo dei musei stranieri non si è limitato però ai prestiti. Christian Mazet, del British Museum, ha parlato della necessità di una vera «introspezione» dei musei occidentali: ricostruire senza reticenze le storie attraverso le quali gli oggetti sono giunti nelle collezioni estere e mettere quella conoscenza a disposizione dei luoghi di provenienza. «È lavorando fianco a fianco», ha osservato, che istituzioni italiane e straniere possono oggi ricostruire contesti distrutti dalla dispersione ottocentesca.

La giornata ha mostrato inoltre che ricomporre un contesto non significa semplicemente rimettere vicini reperti separati. Significa anche tornare a leggere le immagini. Laurent Haumesser, del Louvre, ha affrontato la Tomba François come un testo straordinariamente complesso, nel quale scene, opposizioni e rimandi si moltiplicano. Per spiegare questa polisemia ha evocato due riferimenti inattesi ma suggestivi: Il castello dei destini incrociati di Italo Calvino, dove le combinazioni dei tarocchi generano storie differenti, e il bricolage del Pensiero selvaggio di Claude Lévi-Strauss, nel quale elementi già carichi di significato producono nuovi sensi quando vengono accostati diversamente. La François può essere letta allo stesso modo: un sistema rigorosamente costruito, ma capace di generare significati che forse superavano persino le intenzioni originarie dei committenti.
E mentre Maurizio Harari ha mostrato come, nella François, la parete perda progressivamente quella «magica trasparenza» propria di una tradizione funeraria più antica per diventare superficie consapevole della rappresentazione – «è finito il tempo della magia, inizia il tempo della figura» –, altri interventi hanno rimesso in discussione cronologie, provenienze, genealogie e persino la consueta idea della tomba aristocratica come spazio esclusivamente familiare.
È questo, alla fine, il risultato forse più importante della giornata di studi. L’acquisizione non ha chiuso la storia della Tomba François: l’ha riaperta. Ha restituito gli originali agli studiosi, ha rimesso in comunicazione musei che conservano pezzi dello stesso racconto, ha fatto emergere la prospettiva di nuovi prestiti e ha trasformato un monumento celeberrimo in un problema scientifico nuovamente vivo.
Quando nel tardo pomeriggio la discussione finale si è chiusa, la Sala della Fortuna era ancora affollata. Un dettaglio che dice molto del momento che stanno vivendo Vulci e gli Etruschi. Gli affreschi sono tornati allo Stato, ma la vera ricomposizione è appena cominciata. (@EtruscanTimes)
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Gli atti della giornata di studi su Vulci a a Villa Giulia saranno pubblicati a dicembre 2026 da L’Erma di Bretschneider, guidata da Roberto Marcucci. Pubblichiamo a parte una breve sintesi dei singoli interventi, pensata per restituirne i punti essenziali, le novità e le principali ipotesi emerse

