VULCI, 30 GIUGNO 2026 – Nel giorno in cui il ministro della Cultura Alessandro Giuli accoglie a Villa Giulia gli affreschi della Tomba François, a 110 chilometri più a nord, cioè a Vulci, la notizia ha un sapore doppio: orgoglio e nostalgia, soddisfazione e ferita. Perché quei 37 pannelli, staccati nell’Ottocento e a lungo rimasti quasi invisibili a Villa Albani Torlonia, tornano finalmente a essere patrimonio pubblico. Ma non tornano fisicamente là dove nacquero: nella grande tomba aristocratica della necropoli di Ponte Rotto, nel cuore del territorio vulcente.
È anche da questa tensione — tra centro e territorio, tra museo nazionale e paesaggio archeologico, tra ciò che è stato portato via e ciò che resta — che parte la prima grande sfida di Laura Allegrini, neo-presidente della Fondazione Vulci, insediatasi da poche settimane alla guida dell’ente che gestisce il Parco Naturalistico Archeologico di Vulci.
Nata a Viterbo nel 1960, laureata in Giurisprudenza, esponente di FdI, ex consigliera regionale, senatrice dal 2006 al 2013, Allegrini arriva in un momento cruciale: nuovi scavi, nuovi progetti, nuove alleanze, e soprattutto l’ingresso del Ministero della Cultura nella Fondazione Vulci, annunciato ufficialmente da Giuli, tra gli applausi dei presenti, durante la cerimonia del 30 giugno a Villa Giulia.
“E’ una giornata importante per il viterbese“, dice la presidente Allegrini, con il sorriso di chi assapora una prima vittoria politica. “Gli uffici del Ministero e della Fondazione sono già al lavoro. E’ un risultato straordinario per il quale ringrazio quanti hanno lavorato in veste istituzionale e tecnica; una emozione, ma soprattutto un fatto concreto che consentirà la crescente valorizzazione del Parco archeologico e naturalistico di Vulci e di tutto il territorio”.
In un lungo colloquio, Etruscan Times ha affrontato con lei tutti questi temi cruciali per il futuro di Vulci.

– Presidente Allegrini, da poco lei è alla guida della Fondazione Vulci. Come si sente in questo nuovo ruolo?
“Sono assolutamente entusiasta. Probabilmente è normale, quando si assume un nuovo incarico, metterci passione, energie, voglia di fare. Però devo dire che questo ruolo lo sento anche abbastanza mio: innanzitutto per le cose che ho studiato e fatto nella vita. Le mie esperienze politiche e amministrative mi aiutano molto, perché il Parco, di cui è direttore scientifico Carlo Casi, è una macchina articolata, che peraltro attraversa una situazione complessa, anche se stimolante. E infine c’è il fascino del luogo: Vulci non è un posto qualunque, ma un territorio vivo, immenso, con un’enorme ricchezza archeologica e naturalistica, insieme a aspettative, ferite, potenzialità.”

– Vulci è raccontata soprattutto dalle sue tombe, e la François è la più celebre di tutte. Proprio oggi, però, gli affreschi più importanti non tornano da voi ma vanno al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. Che cosa prova, da presidente della Fondazione, davanti a questa vicenda?

“È un tema vero, reale, sentito anche dagli abitanti del territorio. Vulci ha visto partire nel tempo moltissime ricchezze. Non è un caso se esiste un grande progetto come Vulci nel Mondo, per il momento ancora unico nel mondo etrusco, che prova a ricostruire la geografia dispersa dei reperti vulcenti. La Tomba François è forse l’esempio più evidente di questo trauma: il luogo è qui, la memoria è qui, ma le pitture, che risalgono al 340-320 a.C., sono state staccate e portate altrove. Naturalmente il fatto che oggi entrino in una collezione pubblica e siano esposte a Villa Giulia è un fatto importantissimo. Però capisco benissimo il sentimento ambivalente del territorio.”
– Orgoglio o rimpianto?
“Tutti e due. Orgoglio perché un capolavoro vulcente torna a parlare al mondo. Rimpianto perché quel capolavoro nasce qui e qui non può più essere visto nella sua forma originaria. Ma forse il compito della Fondazione Vulci, oggi, è proprio questo: trasformare la mancanza in racconto, la dispersione in conoscenza, la ferita in occasione. Gli affreschi resteranno a Villa Giulia. Vulci, però, deve diventare il luogo dove si capisce davvero perché quei 37 pannelli sono così importanti.”
– Che cosa fare a Vulci adesso che l’attenzione torna sulla Tomba François?

“Dobbiamo rimettere la Tomba al centro del nostro racconto: non solo dell’offerta culturale, ma anche dell’immagine stessa di Vulci, approfittando dell’effetto traino che gli affreschi avranno sul turismo culturale. Per molte persone il primo impatto con la Tomba sarà a Roma, al Museo di Villa Giulia, ma dovremo fare in modo, anche risolvendo alcuni nodi logistici, che una parte consistente dei turisti venga poi qui a visitare i luoghi vulcenti e a scoprire la bellezza e la ricchezza di questo territorio.

Non ci aspettiamo un turismo di massa, certo, ma un pubblico curioso delle scoperte archeologiche, interessato al trekking e alle escursioni naturalistiche, in una delle zone più straordinarie del Paese. Stiamo studiando anche una collaborazione più stretta tra Villa Giulia e il Parco di Vulci, ma anche una combinazione di biglietti che unisca il Parco e i musei della zona, a cominciare da quelli della scultura etrusca a Montalto di Castro, del Castello dell’Abbadia, di Canino e di Ischia di Castro.”
– Non sarebbe giusto immaginare una sorta di risarcimento dello Stato a Vulci per gli Affreschi?

“Capisco perfettamente il ragionamento. Per la Fondazione, e anche per i Comuni di Canino e di Montalto di Castro, un risarcimento sarebbe naturalmente una prospettiva interessante. Ma lo Stato non può creare un precedente del genere. Per questo si deve trovare una risposta diversa. E questa può concretizzarsi nell’ingresso del Ministero della Cultura nella Fondazione. Lo considero una grande opportunità per il territorio e per il Parco. Non lo chiamerei indennizzo. Ma può essere il segno di una consapevolezza maggiore: ciò che è stato portato via deve dialogare con ciò che è rimasto sul territorio. Se lo Stato entra nella Fondazione, Vulci può diventare un progetto più forte, più integrato, più nazionale.”

– Come immagina questo ingresso del Ministero della Cultura?
“Innanzitutto come un rafforzamento istituzionale, analogo a quello già avvenuto con l’ingresso della Regione Lazio. Vulci ha bisogno di una rete più solida, oltre che di maggiori risorse finanziarie. Chi viene a visitare questo territorio deve poter trovare un “sistema”, un racconto coerente. Dobbiamo diventare uno snodo importante di un percorso che mette insieme archeologia, paesaggio, mare, borghi, storia. Non si tratta solo di portare più visitatori, ma di leggere il territorio in profondità. Vulci è un luogo che permette di capire la storia dell’Etruria, il rapporto con Roma, le trasformazioni del paesaggio, la lunga durata degli insediamenti. Però, ripeto, bisogna fare sistema e costruire un’offerta che renda tutto questo accessibile.”
– Facciamo un passo indietro: qual è stato il suo primo impatto, da presidente, con il Parco di Vulci?
“Il Parco è straordinariamente bello. Questo lo si capisce subito. È un luogo in cui archeologia, natura, paesaggio e storia si tengono insieme in modo quasi naturale. Il Castello dell’Abbadia fa la sua parte, perché ti porta anche verso un passato più recente, anch’esso importante da raccontare. L’area archeologica, in quanto tale, può risultare un po’ ostica per il turismo: non sempre ci si può avvicinare quanto si vorrebbe, non sempre ciò che emerge dagli scavi è immediatamente leggibile. Non è l’Acropoli di Atene, dove l’immagine monumentale parla da sola. Qui bisogna accompagnare il visitatore.”
– È uno dei problemi maggiori di Vulci: una città centrale nella civiltà etrusca, ricca, potente, inserita nei traffici commerciali del Mediterraneo, ma oggi difficile da “vedere” per chi non è già preparato.

“Bisogna lavorare molto sul racconto. Chi arriva qui deve essere aiutato a immaginare la città, a capire ciò che ha davanti. Non userei necessariamente la parola “didattica”, che a volte sembra un po’ scolastica, ma serve un accompagnamento culturale.

Vulci ha anche un valore naturalistico enorme. Chi viene a fare trekking, ad andare in bicicletta o semplicemente a camminare, passando una giornata all’aperto, trova comunque la suggestione di una città antica immersa in un ambiente straordinario: basti pensare al Lago del Pellicone, alla Valle delle Farfalle, alla presenza di uccelli migratori come il coloratissimo gruccione. Quindi, se riusciamo a far capire meglio ciò che c’è sotto e attorno a quei resti etruschi, l’esperienza diventa molto più forte.”

– Tarquinia e Cerveteri si stanno muovendo molto per intercettare il turismo crocieristico che passa da Civitavecchia. Vulci rischia di restare tagliata fuori perché è un po’ più lontana?
“Assolutamente no. Abbiamo già avuto proposte e colloqui. Vulci deve entrare nei pacchetti delle escursioni giornaliere. Certo, bisogna organizzarsi bene, perché il tempo dei crocieristi è limitato e le distanze contano. Ma proprio per questo serve un prodotto chiaro: arrivi, capisci dove sei, sei accompagnato, vivi un’esperienza forte e poi riparti. Abbiamo tutte le caratteristiche per offrire qualcosa di diverso rispetto agli altri siti: meno immediato forse, ma molto suggestivo.”

– Il Castello dell’Abbadia è percepito come una realtà separata dal Parco. Come si può fare sistema?
“È una delle cose su cui sto lavorando. Ne ho già parlato con la direttrice, Sara De Angelis, e con i responsabili del Ministero della Cultura. Il Castello è fondamentale: è un elemento identitario, paesaggistico, museale. Oggi Parco e Castello sono invece realtà distinte, anche dal punto di vista gestionale, ma per il visitatore devono diventare parti di un unico racconto. Non è necessario cancellare le differenze amministrative. Bisogna però rendere più semplice, più fluido, più naturale il percorso.” (@EtruscanTimes)

