
NAPOLI, 12 AGOSTO 2026 – C’è un momento, nella nuova Odissea di Christopher Nolan, in cui il viaggio cambia segno. Ulisse è finalmente arrivato dove per tutto il poema dovrebbe voler arrivare: a casa. Eppure la casa non basta più. Il ritorno non chiude il cerchio, apre una nuova partenza. È proprio da questo rovesciamento che Luca Cerchiai, professore di Etruscologia e Archeologia italica all’Università degli Studi di Salerno, parte per raccontare a Etruscan Times un Ulisse molto più antico di Hollywood e, per certi versi, sorprendentemente etrusco.

Interpretato da Matt Damon (con Tom Holland, Anne Hathaway, Charlize Theron), l’Odissea di Nolan è senza dubbio il fenomeno cinematografico dell’estate 2026. Ad oggi, ha incassato già 1,2 miliardi di dollari. Il kolossal aveva già offerto a Etruscan Times l’occasione per ripercorrere la straordinaria fortuna dell’eroe omerico in Etruria: dai vasi di Vulci al cratere di Aristonothos, dalle Sirene a Polifemo, fino all’Uthuze degli specchi etruschi. Ma con Cerchiai il viaggio va più a fondo: non si tratta semplicemente di chiedersi quanto gli Etruschi conoscessero Ulisse. La questione è capire perché lo scelsero, che cosa videro in lui e come arrivarono addirittura a farne un antenato.

Cerchiai, classe 1955, conosce bene questo confine tra Grecia ed Etruria. Prima dell’università ha lavorato come ispettore archeologo nella Soprintendenza di Salerno, Avellino e Benevento, coordinando gli scavi del centro etrusco-campano di Pontecagnano e dirigendo il Museo Nazionale dell’Agro Picentino (come veniva chiamato l’attuale Museo Archeologico Nazionale di Pontecagnano “Gli Etruschi di frontiera”). E’ membro ordinario dell’INSEI (Istituto Nazionale di Studi Etruschi e Italici), presieduto da Giuseppe Sassatelli. Tra i suoi libri figurano I Campani, Il mare, la morte, l’amore. Gli Etruschi, i Greci e l’immagine, scritto con Bruno d’Agostino; Città greche della Magna Grecia e della Sicilia, con Lorena Jannelli e Fausto Longo; e Gli antichi popoli della Campania. Archeologia e storia.
Al rapporto fra Ulisse e gli Etruschi Cerchiai ha dedicato, tra l’altro, La genealogia di Agrio e Latino e i riflessi sulla ceramografia etrusca alto-arcaica; più recentemente, in Ritorno alla Tomba François (in Cerveteri Roma e Tarquinia, a cura di Vincenzo Bellelli e Marco Arizza, Edizioni Quasar 2025), ha proposto una nuova lettura del grande ciclo pittorico vulcente, nella quale Odisseo finisce per essere una sorta di “presenza assente”.

– Professore, cominciamo dal film di Nolan. Che impressione le ha fatto la sua Odissea?
«Mi sembra un grande blockbuster americano, ma è un bel film. Si può dire che talvolta sia eccessivamente didascalico: spiega allo spettatore tutti i passaggi del proprio ragionamento. Però si rivolge a un pubblico amplissimo, anche a persone che magari dell’Odissea sanno pochissimo. E questo è un merito. Soprattutto, Nolan coglie il fondo del poema: la vicenda di un eroe della dimensione umana. Un classico conserva la propria attualità proprio nella misura in cui viene reso, in qualche modo, infedelmente».
– Infedele per essere più fedele?
«Esattamente. Non ha senso, secondo me, tutta la discussione sul fatto che Nolan sia più o meno fedele a Omero. Per tradurre fedelmente l’Odissea devi allontanarti dall’Odissea, perché ciò che conta è l’avventura umana di Odisseo. Nolan ha il grande merito di non trasformare il poema in un reperto archeologico. Lo rilegge, anzi in parte ne capovolge il significato».

Il capovolgimento è radicale. Nell’Odissea, osserva Cerchiai, tutto converge verso il riconoscimento: Ulisse ritrova progressivamente il padre, il figlio, il porcaio Eumeo, il cane Argo, la nutrice Euriclea e infine Penelope. Recuperare Itaca significa recuperare sé stesso.
«Nel film invece, a un certo punto, non si tratta più di tornare a casa: si tratta di andare via da casa. L’Odisseo di Nolan sente quasi di non avere più diritto alla propria vecchia identità. Deve tornare per risistemare le cose, ma nel segno di un passato che ormai è tramontato. E quando si definisce uno dei “popoli del mare”, uno dei barbari che hanno distrutto Troia, Nolan capovolge l’etica antica. Introduce la consapevolezza di una violenza che resta ingiustificabile: non esiste una vittoria resa giusta semplicemente dal risultato. È uno sguardo contemporaneo sulla guerra».

– Passiamo allora dall’Ulisse di Nolan all’Ulisse degli Etruschi. Che cosa rappresentava per loro?
La risposta arriva netta: «Da quando possiamo seguirne la storia, dalla fine dell’VIII secolo a.C., Odisseo è un padre mitico degli Etruschi».
Il punto di partenza è un passaggio della Teogonia, il poema mitologico scritto da Esiodo, dove Agrio e Latino, figli di Odisseo e Circe, regnano sui Tirreni. Cerchiai vi legge un’operazione politica e culturale di straordinaria raffinatezza, che nel suo studio sulla genealogia di Agrio e Latino mette in relazione anche con la precoce fortuna etrusca dell’episodio di Polifemo. Il saggio sottolinea come la discendenza da Odisseo inserisca i Tirreni in un sistema di rapporti con il mondo greco fondato sull’accoglienza e sull’ospitalità.
«È un’operazione di altissima diplomazia e di altissima integrazione. Quando dici che i re degli Etruschi sono figli di Odisseo, gli attribuisci sangue greco. Costruisci quella che i Greci chiamano syngeneia: una parentela, una comunanza di sangue. In altre parole: tu puoi entrare nel mio sistema di relazioni perché, attraverso Odisseo, non sei più totalmente altro da me. E gli Etruschi non subiscono passivamente questa costruzione: la accettano, vi partecipano, condividono quelle origini eroiche».
Qui cade anche uno stereotipo duro a morire: quello di due mondi, greco ed etrusco, ordinatamente separati.

«Bisogna immaginare un Mediterraneo molto più aperto. Le aristocrazie parlavano attraverso la circolazione dei prodotti, dei testi, degli artigiani. Circolavano mercanti e probabilmente anche aedi. Io sono abbastanza convinto che le aristocrazie etrusche, che dialogavano alla pari con quelle greche, leggessero il greco. I grandi vasi figurati venivano mostrati durante il simposio: bisogna immaginare un committente capace di riconoscere le storie e di apprezzarne persino i giochi più sottili. Era un mondo di élite che si riconoscevano e si legittimavano reciprocamente».
– Ma perché proprio Ulisse? Perché non Achille o Eracle?

«Perché Odisseo è un eroe raggiungibile. Eracle è il paradigma del trionfo, Achille è un modello quasi incomparabile. Odisseo, invece, fonda la propria fortuna sull’intelligenza, sulla metis, e sulla capacità politica. Sa prevedere, adattarsi, misurarsi con situazioni difficili. Certo, gli dèi lo aiutano, ma lui combatte soprattutto con le proprie risorse. È per questo che può diventare il padre dei re: trasmette ai re la capacità di governare l’incertezza. È l’eroe della dimensione umana».
E anche un eroe che sa fare con le mani. Costruisce il proprio letto nuziale intorno al tronco vivo di un ulivo; attorno a quel letto costruisce simbolicamente la casa. Navigatore, artigiano, sovrano, marito: per Cerchiai non sono qualità separate, ma facce della stessa intelligenza pratica.

– E Polifemo? Perché il Ciclope ha una fortuna tanto grande nell’immaginario etrusco?
Qui il gioco diventa quasi linguistico. Uno dei figli di Odisseo nella Teogonia si chiama Agrio. Agrios significa selvatico. Ed è proprio agrios uno degli aggettivi con cui l’Odissea definisce Polifemo.
«Esiodo conosce l’Odissea: il mondo antico è un mondo di intertestualità, i testi si citano e si rispondono. Chiamando Agrio un figlio di Odisseo, costruisci un paradosso: il “selvaggio” diventa un re giusto e si oppone al vero selvaggio, Polifemo. Quando gli Etruschi rappresentano la vittoria di Odisseo sul Ciclope, stanno dalla parte di Odisseo. Sono, miticamente, i suoi figli che accecano il mostro. Rivendicano così la propria appartenenza al mondo civile. È una riscrittura etrusca del mito».


Il caso più spettacolare è il cratere firmato da Aristonothos, rinvenuto a Cerveteri e oggi ai Musei Capitolini, databile alla metà del VII secolo a.C.: su un lato la battaglia navale, sull’altro l’accecamento di Polifemo. Nel saggio di Cerchiai, il vaso diventa la prova archeologica di quanto precocemente il racconto omerico sia stato integrato e rielaborato in ambiente etrusco.
– Professore, se volessimo costruire un piccolo “viaggio di Ulisse” nei musei etruschi, da dove dovremmo partire?



Cerchiai si diverte: «Si potrebbe progettare una visita immaginaria: prima tappa a Roma, a vedere il cratere di Aristonothos ai Musei Capitolini. La seconda a Cerveteri, per il pithos con l’accecamento del Ciclope, restituito dagli Stati Uniti. La terza al Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, per la grande phiale frammentaria a figure rosse con l’uccisione dei pretendenti, proveniente dal santuario di Pyrgi. La quarta a Tarquinia, per gli affreschi della Tomba dell’Orco II e la Nekyia: Tiresia, Agamennone, Aiace e il mondo dell’Odissea. E per concludere la visita, bisogna tornare a Villa Giulia per la Tomba François».
Proprio sulla Tomba François, Cerchiai avanza una suggestione affascinante ma dichiaratamente ipotetica. Odisseo non è raffigurato. Eppure, sostiene, potrebbe «aleggiare» sull’intero programma figurativo. Nel suo Ritorno alla Tomba François, scritto prima che lo stato acqusitasse gli affreschi dagli eredi Torlonia, il grande ciclo viene interpretato come una riflessione sulla storia, sulla capacità politica di comprenderla e sulla necessità di spezzare la spirale della guerra fratricida; tra gli indizi compare anche Sisifo, che una tradizione antica considerava padre di Odisseo.

«Odisseo è assente, ma è come una presenza assente. Potrebbe essere il paradigma di Vel Saties (l’aristocratico di Vulci, committente della Tomba François, ndr): l’uomo che possiede la capacità politica di leggere la storia e, attraverso questa lettura, orientare la propria azione. Non dico che ne sia sicurissimo, ma non mi sembra improbabile».
– Gli Etruschi, dunque, trasformano Ulisse?
«Lo rifunzionalizzano. Ulisse diventa il loro progenitore. E la documentazione che abbiamo insiste su questo: combatte il Ciclope, combatte i pretendenti, difende la propria casa. Per gli Etruschi è certamente l’eroe astuto, ma è anche l’eroe che garantisce l’identità familiare. In questo senso è il padre paradigmatico. E, almeno nei documenti archeologici, è soprattutto l’eroe proiettato verso Itaca: l’eroe del ritorno più che quello del viaggio».
– E le Sirene, uno degli episodi più celebri anche nell’iconografia arrivata dall’Etruria?
La risposta ci riporta alla modernità dell’Odissea. Cerchiai richiama Jean-Pierre Vernant, lo studioso francese che più ha influenzato la sua lettura del poema. Le Sirene, spiega, non offrono semplicemente un canto meraviglioso. Raccontano la guerra di Troia, raccontano il passato, e soprattutto raccontano Odisseo a Odisseo.
«Il canto delle Sirene è un canto che inibisce l’azione. L’eroe ascolta la celebrazione di sé stesso e proprio quel piacere gli fa perdere la voglia di andare avanti. È stato definito, con una formula bellissima, una specie di “autoerotismo musicale”: Odisseo gode nel sentir parlare di sé, ma se si abbandonasse a quel godimento non tornerebbe più a casa. Le Sirene lo inchioderebbero al passato. Per vivere, invece, deve continuare il viaggio».

Lo stesso vale per Calipso, che offre a Ulisse l’immortalità. Lui la rifiuta.
«Calipso è la dea che nasconde. Vive lontano dal mondo e gli promette un’immortalità separata. Odisseo preferisce un’altra immortalità: quella che nasce dal ricordo dei propri cari e della propria comunità. È ancora una volta un’immortalità politica. C’è nell’Odissea un messaggio laico straordinariamente moderno: siamo immortali finché qualcuno si ricorda di noi».
Forse è qui che il kolossal di Nolan e l’archeologia finiscono davvero per incontrarsi. Non perché il cinema ricostruisca perfettamente l’antico, ma perché lo costringe a parlare di nuovo.
«Il film ha il grande merito di valorizzare l’attualità di un testo antico. Ma bisogna resistere alla tentazione di “fare gli archeologi” davanti al film. Perché un testo antico sia attuale dobbiamo, in qualche modo, essergli infedeli: le nostre idee, le nostre paure, le nostre emozioni non possono essere quelle di un greco dell’VIII secolo a.C. Si dice spesso che studiamo gli antichi per riconoscere la continuità che ci lega a loro. Io penso quasi il contrario: li studiamo perché attraverso la distanza che ci separa da loro riusciamo a capire meglio dove siamo arrivati, che cosa siamo e dove vorremmo tentare di andare. Se non facessimo troppi pasticci».
E qui, dopo quasi tremila anni di viaggi, Ulisse può ripartire ancora una volta. (@EtruscanTimes)

