SAN FRANCISCO, 2 MAGGIO 2026 – Un tempio etrusco di Vulci rinasce sulla costa dell’Oceano Pacifico. Le terrecotte dell’edicola di Ponte Rotto, scoperte nel 1879 e prestate dal Museo Archeologico Nazionale di Firenze, sono state ricomposte al Legion of Honor Museum di San Francisco nell’ambito della mostra Etruscans – At the Heart of Ancient Italy. Firenze ha contribuito con 34 opere sui 177 reperti del percorso espositivo. 34 opere e 34 storie, un viaggio straordinario nel cuore dell’antica Italia, che porta oltreoceano la ricchezza, la bellezza e il valore scientifico delle collezioni, tra le più importanti al mondo per l’archeologia etrusca.

Presente all’inaugurazione come “distinguished guest”, il direttore del museo fiorentino, Daniele Federico Maras, ne parla con Etruscan Times come di una collaborazione destinata a lasciare il segno.
– Direttore Maras, quali sono i pezzi più significativi prestati al Legion of Honor Museum e come si inseriscono nel percorso della mostra?

“Abbiamo portato a San Francisco 34 opere. La più spettacolare è il complesso delle terrecotte architettoniche del frontone di Ponte Rotto ricomposte con il mito Dioniso e Arianna al centro e le antefisse disposte tutt’intorno. Vedere un tempio etrusco ricostruito a San Francisco è già di per sé una notizia. C’è poi la Situla di Plikasna, un oggetto altamente simbolico: è un secchiello d’argento con decorazione incisa in stile greco-egittizzante, prodotta a Cerveteri ma trovata a Chiusi, che reca una delle più antiche iscrizioni etrusche scoperte nell’area etrusca settentrionale.

Abbiamo prestato anche oggetti d’oro della Tomba del Littore di Vetulonia, una serie di bronzetti presentati accanto ad esemplari di altri musei, un flabello di bronzo da Populonia e uno specchio da Volterra con Uni che allatta un Ercole adulto – variante etrusca del mito greco della nascita della Via Lattea. Particolare, tra i prestiti, una grande statua di Vanth, la demone femminile che accompagna i morti: proviene anche questa da Volterra ed è insolita perché, a differenza dell’iconografia consueta, è vestita nella parte superiore e nuda in quella inferiore, con evidente carica seduttiva”.
– Come nasce la collaborazione con il Legion of Honor e con Renée Dreyfus?
“L’iniziativa parte dalla sezione americana dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi e Italici, sotto l’egida di Richard De Puma, ma è soprattutto il risultato della determinazione di Renée Dreyfus, che da anni voleva fare una grande mostra sugli Etruschi. Renée ha convinto prima i trustees e poi i direttori dei musei italiani a concedere opere anche molto importanti. Hanno chiesto i pezzi migliori. Non tutto era prestabile, naturalmente, ma ne è nata una mostra di alto livello, con un obiettivo preciso: dimostrare che l’antichità non si esaurisce con Greci, Romani ed Egizi. È stata una vera missione culturale: togliere gli Etruschi dall’angolino e restituirgli il posto che meritano».
– Negli Stati Uniti gli Etruschi sono ancora poco conosciuti. Questa mostra può cambiare la percezione?
“È un’operazione importante, ma i risultati si vedranno nel tempo. Gli Etruschi scontano il fatto di essere percepiti come una realtà locale italiana. Tuttavia negli ultimi anni si e’ registrato un rinnovato interesse, anche a livello internazionale. Da un lato, gli Etruschi non sono visti come invasori aggressivi, ma come una civiltà raffinata, dedita alle arti e alle tecniche; dall’altro, sono una civiltà scomparsa, un popolo “endangered”: e questo nel mondo anglosassone suscita attenzione. Infine, sono fondamentali per capire le radici della civiltà occidentale: molte tradizioni arrivate attraverso Roma sono in realtà mediate dagli Etruschi. Non è la prima volta che tornano al centro del dibattito — accade ciclicamente fin dall’Ottocento — ma oggi, in una fase complessa dei rapporti internazionali, possono rappresentare un terreno di dialogo.

Non a caso all’inaugurazione erano presenti l’ambasciatore italiano Marco Peronaci e diversi rappresentanti istituzionali. La proposta della mostra è americana, ma in Italia il Ministero della Cultura guidato da Alessandro Giuli l’ha sostenuta con convinzione”.
– Le mostre all’estero sono anche occasioni di restauri?
“Senza dubbio. Abbiamo chiesto che venissero fatti restauri sia sui pezzi venuti in viaggio sia su altri materiali. Queste mostre sono occasioni positive anche per il mantenimento delle collezioni. Per noi è stato particolarmente utile alla luce del riallestimento del nostro museo. Abbiamo potuto restaurare pezzi che entreranno nella sezione permanente del Topografico”.
– A che punto è il progetto del Topografico?
“I lavori strutturali saranno completati in tempo per il sessantesimo anniversario dell’alluvione di Firenze. Poi servirà l’allestimento interno. L’obiettivo è concludere primavera del 2027, in coincidenza con il centenario dell’Istituto di Studi Etruschi. Il progetto resta quello di Milani, rivisto in un’ottica contemporanea, e anzi guardando al futuro”.
– Qual è la vostra politica sui prestiti internazionali?
“San Francisco non è un caso isolato. Abbiamo una mostra a Melbourne con 60 opere romane, una rassegna di antichità egizie in partenza per Taipei e un’altra mostra etrusca prevista in Germania a ottobre. Il Museo Archeologico Nazionale di Firenze è tra quelli che prestano di più, anche prima del mio arrivo. Il problema è che questa attività spesso non riceve sufficiente attenzione. Per questo motivo ho voluto essere presente a San Francisco. Far circolare il patrimonio è un servizio pubblico. Naturalmente non tutto è prestabile, ma rispetto ad altri musei noi siamo molto attivi“.
– Interverrà anche al simposio organizzato in parallelo alla mostra?
“Sarò l’unico ospite internazionale, e questo mi fa ovviamente molto piacere. Parlerò di pittura etrusca, un ambito su cui posso portare novità legate a scoperte degli ultimi dieci anni, dalle lastre dipinte di Cerveteri alla Tomba Franco Adamo, oggi in restauro.
La pittura etrusca è quasi sempre assente dalle grandi mostre perché gli affreschi non sono trasportabili. Ma a San Francisco c’è un’eccezione, e rivendico un piccolo merito: quando i curatori sono venuti a Firenze, avevamo ancora in mostra il Viaggiatore Etrusco, una delle ultime lastre dipinte scoperte a Cerveteri. Li ho portati a vederla e ho suggerito di chiedere il prestito alla Soprintendenza dell’Etruria Meridionale. Hanno seguito il consiglio. Il pezzo è stato restaurato ed è oggi esposto qui”. (@EtruscanTimes)

