
ROMA, 29 MAGGIO 2026 – Ad appena una settimana dal suo insediamento, nel maggio 2024, come direttrice del museo nazionale etrusco di Villa Giulia, fu proprio Luana Toniolo, protagonista in questi mesi dell’acquisizione dai Torlonia dei pannelli della Tomba vulcente, a introdurre la lunga e importante conferenza di Filippo Coarelli su Servio Tullio e la Tomba François di Vulci. Non era una conferenza qualsiasi: era una lettura complessiva di uno dei cicli pittorici più enigmatici e decisivi dell’arte etrusca, una lezione in cui la storia di Vulci, la monarchia romana, la tradizione antiquaria di Claudio e la memoria aristocratica dei Saties si ricomponevano in un unico grande racconto politico. (Il video di quella conferenza è su YouTube).


La Tomba François, scoperta nel 1857 da Alessandro François nella necropoli vulcente di Ponte Rotto, è forse il più celebre ipogeo dell’Etruria. La sua pianta complessa, preceduta da un lungo dromos, si articola intorno a un atrio e a un cosiddetto tablino, con camere funerarie laterali e una cella di fondo. Ma la sua fama dipende soprattutto dagli affreschi, staccati nell’Ottocento, passati nella collezione Torlonia e finora conservati a Villa Albani. Coarelli lo disse subito, con la sua consueta franchezza: «Questi affreschi non li vedrete mai, o molto difficilmente». (L’acquisto da parte dello Stato sembrava, appena due anni fa, una ipotesi irrealistica.) E aggiunse che si tratta della «più importante serie di pitture etrusche a carattere storico», un documento che interessa «gli storici prima che gli archeologi», perché coinvolge direttamente «la più antica storia romana».

Nato a Roma nel 1936, Coarelli è uno dei grandi archeologi italiani del secondo Novecento e del primo ventennio del XXI secolo. Allievo di Ranuccio Bianchi Bandinelli, ne ha raccolto la lezione metodologica: leggere l’arte antica non come repertorio di forme isolate, ma come documento storico, sociale, ideologico. Con Bianchi Bandinelli condivise l’attenzione alla storia dell’arte come storia della società e partecipò alla stagione di Dialoghi di Archeologia, la rivista che rinnovò profondamente il modo di studiare il mondo antico. Nella conferenza di Villa Giulia questa formazione era evidente: Coarelli non si limitava a descrivere le figure, ma interrogava la logica interna dell’intero programma pittorico.
Il primo elemento messo in luce fu la struttura della tomba. La Tomba François sembra organizzata secondo una forte assialità: dromos, atrio, tablino, cella di fondo. In un monumento funerario, ci si aspetterebbe che il racconto figurato proceda dall’ingresso verso il punto terminale, cioè verso la camera più importante. Ma qui, spiegò Coarelli, accade il contrario: «L’architettura è assiale, non c’è dubbio; la decorazione no, è rovesciata». Le pitture, cioè, non si leggono come un percorso lineare verso il fondo, ma come un sistema di corrispondenze speculari, un gioco di destra e sinistra, di mito greco e storia etrusco-romana, di passato eroico e memoria gentilizia.
La chiave è nella scena con Mastarna e Caile Vipinas. Sulla parete presso la cella di fondo, Mastarna libera con la spada un prigioniero nudo e legato: Caile Vipinas, cioè Celio Vibenna. Coarelli insisteva sul dettaglio delle due spade: Mastarna non si limita a sciogliere il compagno, ma gli porta un’arma, lo rimette in condizione di combattere. È qui che la pittura incontra la tradizione dell’imperatore Claudio, conservata nella Tabula Lugdunensis. Secondo la versione etrusca riferita da Claudio, Servio Tullio non sarebbe stato soltanto il re nato nella casa di Tarquinio, come nella tradizione romana, ma Mastarna, compagno d’armi di Celio Vibenna, protagonista di vicende violente e di una conquista del potere.

Per Coarelli, il punto è decisivo: «Se non avessimo la Tavola di Lione noi non sapremmo niente di quello che dirò». Claudio, da lui definito quasi «il primo etruscologo», conosceva tradizioni etrusche e ne trasmise un frammento fondamentale. La Tomba François, però, fa di più: visualizza quella tradizione. Vi compaiono Mastarna, Celio Vibenna, Aulo Vibenna e Tarquinio Prisco. E qui entra in scena un altro oggetto, mostrato a Villa Giulia in occasione della conferenza: un piede di calice in bucchero da Portonaccio (Veio), con iscrizione di dedica di Avile Vipinas, cioè Aulo Vibenna. Coarelli lo definì senza esitazioni «forse il più importante documento di storia etrusca», perché attesta l’esistenza storica dei Vibenna in pieno VI secolo a.C. «Basta questo piede per radere al suolo» l’ipercritica che riduce quei personaggi a pura leggenda, disse: «Aulo Vibenna e Celio Vibenna sono personaggi storici. Questa è la sua firma».

Il ciclo pittorico oppone, in modo calibrato, scene greche e scene etrusco-romane. Da un lato compaiono Eteocle e Polinice, i fratelli tebani che si uccidono reciprocamente; dall’altro, Gneo Tarquinio il Romano, Cneve Tarchunies Rumach, è ucciso da Marce Camitlnas. La scena, secondo Coarelli, allude alla conquista militare di Roma da parte di Mastarna-Servio Tullio e dei Vibenna, versione ben diversa da quella romana, più pacificata e dinastica. «Secondo la storia etrusca», spiegò, il passaggio di potere sarebbe avvenuto «tramite una conquista militare di Roma da parte di Servio Tullio, aiutato dai fratelli Vibenna».

Ancora più complessa è la scena del sacrificio dei prigionieri troiani sulla tomba di Patroclo. Achille uccide i prigionieri, Aiace Telamonio ne conduce altri, l’ombra di Patroclo assiste, mentre figure etrusche dell’aldilà, Vanth e Charun, trasformano una scena greca in un’immagine etruschizzata.
Coarelli ne sottolineava l’altissima qualità: «È una rappresentazione presa sicuramente da un quadro greco», con una composizione concentrata sul punto in cui la spada penetra nel corpo del prigioniero. Ma la sua funzione non è solo estetica. I Troiani sono il termine di confronto dei Romani, perché Roma, attraverso il mito di Enea, si riconosceva nella discendenza troiana. I Vulcenti, al contrario, si collocano dalla parte dei Greci vincitori. Da qui la formula più netta della conferenza: «I Romani perdono sempre e i Vulcenti vincono sempre». Vincono nel mito, come Greci contro Troiani; vincono nella storia, come eroi vulcenti contro i Romani.
Il racconto della Tomba François diventa così una controstoria etrusca di Roma. La tradizione romana tendeva a cancellare la violenza delle origini monarchiche, presentando Servio Tullio come successore legittimo di Tarquinio Prisco. La versione etrusca, invece, conserva il ricordo di un capo armato, Mastarna, legato a una banda aristocratica e militare. Coarelli proponeva un paragone ardito ma efficace: Mastarna sta a Servio Tullio come Ottaviano sta ad Augusto. Due nomi, due fasi, due immagini politiche della stessa persona: prima il capo violento delle guerre civili o delle bande armate, poi il fondatore dell’ordine. «Mastarna è la carriera di Servio Tullio come capobanda», disse Coarelli, mentre Servio Tullio è la sua forma normalizzata dalla memoria romana.

La Tomba François non parla però solo di Roma. Parla soprattutto di Vulci e della famiglia che volle il monumento: i Saties. Nella tomba appare Vel Saties, raffigurato con ricche vesti, forse in atto di trarre auspici osservando il volo di un uccello. Davanti a lui, in un sistema di corrispondenze speculari, Coarelli riconosceva la figura di Nestore, l’eroe greco per eccellenza della saggezza e della memoria. L’ipotesi è che Nestore funzioni come antenato mitico dei Saties o dei Vulcenti. «Siccome i Vulcenti sono Greci, il loro antenato mitico è Nestore», spiegò, precisando che si trattava di una proposta interpretativa resa possibile proprio dall’analisi formale della tomba.
L’importanza degli affreschi sta dunque in tre livelli sovrapposti. Il primo è storico: essi conservano una versione etrusca, non romana, dell’ascesa di Servio Tullio-Mastarna. Il secondo è artistico: mostrano un linguaggio pittorico di altissimo livello, capace di assorbire modelli greci e rielaborarli in chiave etrusca. Il terzo è ideologico: costruiscono una memoria aristocratica in cui Vulci si presenta come città capace di vincere Roma, di rivendicare origini greche, di intrecciare mito panellenico e storia locale.
Per questo la conferenza del 2024 assume oggi un significato particolare. Coarelli spiegava un monumento che per decenni è stato quasi invisibile al pubblico, ma che ora torna al centro dell’attenzione grazie al nuovo corso di Villa Giulia e al lavoro di Luana Toniolo. La Tomba François non è soltanto un capolavoro dell’arte funeraria etrusca: è una macchina narrativa, un archivio visivo, una dichiarazione politica. È il luogo in cui gli Etruschi raccontano Roma prima che Roma imponga definitivamente il proprio racconto sugli Etruschi. (@EtruscanTimes)

