Una maestra, una comunità, un’eredità: l’ultimo saluto a Maria Bonghi Jovino

MILANO, 25 DICEMBRE 2025 – Nella chiesa di Santa Maria Segreta si è svolto l’ultimo saluto a Maria Bonghi Jovino, figura centrale dell’archeologia italiana del Novecento, maestra di generazioni di studiosi e protagonista assoluta della ricerca etruscologica. Un commiato intenso, partecipato, che ha riunito allieve e allievi, colleghi, amici e rappresentanti delle istituzioni, restituendo l’immagine di una studiosa la cui eredità scientifica e umana continua a parlare con forza.

Da destra, M. Bonghi Jovino e G. Bagnasco Gianni

Nel corso della cerimonia funebre, Giovanna Bagnasco Gianni, professore ordinario di Etruscologia all’Università di Milano, ha scelto di parlare della sua maestra non attraverso un elenco di titoli, ma restituendone la presenza viva: «Non ricordiamo solo un curriculum. Ricordiamo una presenza. Quando se ne va una maestra, resta a chi l’ha seguita la responsabilità di dare voce a ciò che ha trasmesso». Una testimonianza intensa, che ha attraversato i luoghi e i tempi della vita di Maria Bonghi Jovino: l’università, i cantieri di scavo, i corridoi, le lunghe riunioni, la comunità scientifica costruita nel tempo. “Era professore all’Università degli Studi di Milano – ha ricordato – ma a Tarquinia ha costruito una parte della sua vita e, soprattutto, una parte di futuro per la ricerca”.

Il cuore del suo insegnamento, ha sottolineato Bagnasco, stava in un equilibrio raro: rigore e umanità, metodo e apertura. “Ci ha insegnato che l’archeologia è disciplina severa e viva: metodo, pazienza, rispetto. Rispetto per la terra, per i contesti, per i frammenti, per ciò che sembra minimo e invece è decisivo”. E ancora: “La verità non fa rumore: emerge quando la si lascia parlare con onestà”. Parole che restituiscono il senso profondo di un approccio fondato sull’ascolto delle tracce del passato e sulla responsabilità dello studioso.

Un altro tratto distintivo della sua figura è stato ricordato con forza: l’apertura. “Aún aprendo” – diceva: sto ancora imparando. Una disposizione interiore che, come ha ricordato Bagnasco, rendeva possibile un dialogo autentico tra generazioni e faceva della ricerca un processo condiviso, mai concluso. Un’archeologia capace di tenere insieme precisione scientifica e sensibilità umana, attenta al valore simbolico e culturale dei resti materiali.

Nel suo intervento, anche Federica Chiesa, professore associato di archeologia dell’Italia preromana, sempre all’Università di Milano, ha sottolineato la profondità del lavoro di Maria Bonghi Jovino, ricordandone la formazione tra Napoli, Roma e l’Olanda, l’incontro con grandi maestri e la capacità di rinnovare i metodi della disciplina. “Ha attraversato i tempi con uno spirito di modernità – ha affermato – costruendo, mai demolendo, e lasciando un segno duraturo nella formazione di intere generazioni”. Centrale, nel suo ricordo, l’idea di una scienza libera, fondata sul confronto e sulla responsabilità: “La scienza è libera, ripeteva, e tale deve restare”. (@EtruscanTimes)

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