PONSO (PD), 26 MAGGIO 2026 – Per secoli il fango dell’Adige ha nascosto un luogo sacro dimenticato, cancellandolo dalla memoria del territorio. Le antiche piene del fiume hanno sigillato iscrizioni, strutture monumentali e tracce di culti, che sono rimasti invisibili per oltre duemila anni: ora gli scavi legati alla futura Strada Regionale 10 “Padana Inferiore” hanno portato alla luce un eccezionale santuario dei Veneti antichi attivo dal V-IV secolo a.C. fino al I secolo d.C., con cippi iscritti in lingua venetica, strutture templari, un lastricato monumentale e un tempio periptero. Secondo quanto riferito dagli archeologi, proprio la stratificazione alluvionale ha preservato strutture, pavimentazioni e reperti, consentendo la conservazione di un’area sacra che mostra continuità di frequentazione tra età preromana ed età romana.

Tutto è cominciato con le indagini archeologiche preventive, condotte nel territorio di Ponso, nella Bassa Padovana, nei cantieri di Veneto Strade, sotto la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Belluno, Padova e Treviso, con il coordinamento della funzionaria archeologa Carla Pirazzini. “Da marzo – ha spiegato – erano stati intercettati materiali anomali. Gli archeologi sono andati a verificare e hanno trovato un lastricato, pietre, elementi in trachite”. I primi rinvenimenti hanno riguardato un grande cippo con iscrizione latina e, subito dopo, una serie di cippi con iscrizioni nella lingua dei veneti antichi. Alcuni risultano raggruppati, altri riutilizzati all’interno di un grande lastricato databile al I secolo d.C., mentre diversi elementi sembrano ancora collocati nella posizione originaria.

Secondo quanto emerso proprio nelle ultime settimane di scavo, i cippi iscritti sarebbero una dozzina e costituiscono un vero e proprio nuovo corpus epigrafico destinato ad ampliare le conoscenze sulla lingua e sulla religiosità dei Venetkens. Alcuni testi risultano incisi su più lati delle pietre, altri ricoprono quasi interamente la superficie dei cippi, mentre un esemplare mostrerebbe anche un altorilievo figurato. In diversi casi le iscrizioni sembrano avere carattere votivo.
L’area archeologica indagata si estende per almeno 1.500 metri quadrati. Gli scavi hanno restituito strutture murarie, colonne, basi architettoniche ed edifici interpretabili come strutture templari. Una delle costruzioni individuate presenta caratteristiche riconducibili a un tempio periptero, elemento che suggerisce una monumentalizzazione del santuario in età romana.

Le iscrizioni sui cippi sono considerate di carattere votivo: la professoressa Anna Marinetti, tra le massime esperte di epigrafia venetica, ha esaminato sul posto parte i reperti emersi: alcuni testi riportano formule e nomi ancora oggetto di studio, e per ora resta sconosciuta la divinità alla quale il santuario era dedicato.
Il riuso dei cippi nel lastricato suggerisce una fase di trasformazione del complesso religioso durante il I secolo d.C., nel quadro della progressiva romanizzazione del territorio. L’impressione degli studiosi è quella di un’area sacra che, pur mantenendo una continuità cultuale, venne progressivamente riorganizzata secondo nuovi linguaggi architettonici e simbolici.
Il sito conserva anche importanti dati geoarcheologici legati all’evoluzione dell’antico corso dell’Adige. Lo studio stratigrafico dei depositi alluvionali mira a ricostruire gli eventi idrogeologici che interessarono la Bassa Padovana e il loro impatto sugli insediamenti antichi, dalla protostoria fino al medioevo.

Un ruolo interessante nella documentazione di questa eccezionale scoperta è svolto da ArchaeoReporter, che sta seguendo sul campo le diverse fasi dello scavo con una serie di video-reportage dedicati: il lavoro di documentazione video consente di osservare direttamente l’emersione dei cippi dal fango alluvionale, le strutture templari e le attività degli archeologi impegnati nello scavo stratigrafico.
Etruschi e Veneti
La scoperta di Ponso si inserisce in un quadro più ampio di relazioni culturali tra il mondo venetico e quello etrusco: il santuario potrebbe rappresentare un importante tassello per comprendere il rapporto tra identità venetica, processi di romanizzazione e persistenze religiose locali in un territorio strategico tra il corso dell’Adige, Este e l’Adriatico.

I reperti che stanno emergendo nella Bassa Padovana contribuiscono infatti a rafforzare il quadro di una pianura attraversata da culture profondamente connesse tra loro, lungo assi commerciali e fluviali che mettevano in relazione Este, Adria, il mondo etrusco padano e l’Adriatico. Rapporti esplorati anche nella mostra di Palazzo Ducale “Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari”, che evidenzia il rapporto tra Etruschi e Veneti come un sistema di contatti culturali sviluppatosi nell’Italia preromana, in cui scambi, rotte fluviali e pratiche cultuali legate alle acque favorirono forme di interazione tra comunità distinte ma non isolate. Il confronto tra i due mondi mette in luce affinità nei culti e nei linguaggi rituali, soprattutto nei contesti santuariali, suggerendo una rete di relazioni più che una separazione netta tra culture dell’Italia antica.(@EtruscanTimes)

