
LIVORNO, 12 GENNAIO 2026 – La nota passione degli Etruschi per il vino, bevanda cara al dio Fufluns (il Bacco latino), è raccontata dall’archeologa Carolina Megale che ricostruisce, attraverso reperti, la lunga storia del rapporto tra comunità antiche e viticoltura nella costa toscana.
Per gli Etruschi il vino era la bevanda che scandiva molti momenti della vita quotidiana, elemento di distinzione e ostentazione della ricchezza da parte dei membri eminenti della società, componente sacra nell’ideologia funeraria e nella ritualità, ingrediente centrale nel costume del convivio.
Nel libro ‘La passione degli Etruschi per il vino. Archeologia del vino lungo la costa livornese e oltre’ (Effigi Edizioni, 2025, pp. 144, prezzo di copertina 20 euro), viene raccontato il ruolo centrale che il vino ha avuto nella storia e che continua ad avere nel panorama culturale e quotidiano italiano. Il volume è un lungo racconto che spiega come il vino abbia accompagnato la storia dell’umanità, a partire dalla Preistoria, e di come gli Etruschi abbiano scandito attraverso la cultura del vino molti momenti della loro vita.
Nato dalla mostra ‘Nel segno di Fufluns‘, è pensato per ricostruire, attraverso i reperti archeologici, il ruolo ricoperto dal vino nella cultura etrusca, dalla costa livornese e dalla Val di Cornia fino alla Maremma grossetana e al Lazio settentrionale.
”Questo libro – spiega Megale – nasce come contributo non solo alla storia, ma alla grande tradizione legata al mondo del vino nella nostra penisola. Un percorso millenario che ha accompagnato il percorso della vite fino ai giorni nostri. Il vino è un patrimonio culturale italiano e questo libro è un tributo scientifico alla nostra storia perché è molto più di un prodotto agricolo: è un indicatore profondo della cultura, delle credenze, dell’economia e delle strutture sociali che hanno plasmato gli antichi popoli del Mediterraneo”.
Nell’introduzione, Andrea Zifferero (Università di Siena) propone un approccio che supera le ricostruzioni ‘a compartimenti’: archeologia, archeobotanica, analisi chimiche dei residui in dolia e anfore, botanica e biologia molecolare concorrono a definire tempi, modalità e geografie della domesticazione della vite, dalla Vitis vinifera sylvestris fino alle varietà coltivate. Una domanda guida il lavoro: possono sopravvivere, ”in forma vivente”, frammenti di un paesaggio agrario antico?
Le prime pagine del libro portano il lettore all’interno di due progetti di ricerca d’avanguardia avviati dal 2004: Vinum (2004-2006) e ArcheoVino (dal 2006 a oggi). Attraverso la mappatura delle viti selvatiche presso siti etruschi e romani e l’analisi del Dna, le ricerche hanno costruito un database genomico in aree riferibili ai territori politici di Populonia e Cerveteri, con particolare attenzione alla Valle dell’Albegna. I risultati mostrano che alcune ‘lambruscaie’ non sono semplici viti spontanee, ma residui viventi di antichi vigneti, ancorabili cronologicamente grazie al dialogo tra dato biomolecolare e contesto archeologico. Emergono anche dinamiche di circolazione delle varietà: vitigni come Ansonica, Sangiovese e Ciliegiolo sarebbero giunti nella Valle dell’Albegna tra VIII e VII secolo a.C. tramite reti di navigatori greci e fenici, che insieme al vino trasportavano anche materiale vegetale selezionato.
E la ricerca diventa sperimentazione: i cloni di piante antiche recuperati in Maremma sono oggi coltivati nel vigneto sperimentale etrusco-romano presso Ghiaccio Forte (Scansano), impostato secondo la tecnica dell’alberata/arbustum, con viti ‘maritate’ ad aceri campestri. Il libro si chiude con un invito al viaggio: musei e parchi archeologici lungo la costa livornese e oltre, per leggere il paesaggio del vino con occhi nuovi e progettare narrazioni che uniscano cultura, territori e vitigni.


