ROMA, 16 SETTEMBRE 2026 – Dalla ricostruzione del contesto della Tomba François alla dispersione dei corredi, dall’epigrafia alle nuove letture delle pitture, la giornata di studi su Vulci a Villa Giulia. Rileggere la Tomba François nel suo contesto ha aperto numerosi percorsi di ricerca.

Quella che segue è una breve sintesi dei singoli interventi, pensata per restituirne i punti essenziali, le novità e le principali ipotesi emerse nel confronto alla giornata di studi al Museo nazionale etrusco di Villa Giulia. Le relazioni saranno sviluppate nella loro forma scientifica completa negli atti della giornata di studi, la cui pubblicazione è prevista a dicembre per L’Erma di Bretschneider guidata da Roberto Marcucci.
Alfonsina Russo (Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale)
La Tomba François torna alla collettività: ora comincia la nuova stagione

Per Alfonsina Russo, capo del Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale del Mic, l’acquisizione delle pitture non costituisce la conclusione di una lunga operazione amministrativa, ma l’inizio di una responsabilità nuova. Nel saluto di apertura ha collocato immediatamente la Tomba François dentro una politica della valorizzazione che deve tenere insieme ricerca, accessibilità e partecipazione.
Il ritorno allo Stato del ciclo pittorico rappresenta, ha ricordato Russo, un «traguardo atteso da lungo tempo» e restituisce alla collettività un bene di eccezionale valore storico, artistico e identitario. Da qui anche il significato della mostra Il ritorno degli eroi, che ha affiancato agli affreschi materiali e documenti provenienti da importanti istituzioni europee, dal British Museum al Louvre, da Bruxelles a Losanna.
Ma il punto decisivo è il passaggio dalla restituzione alla conoscenza. Per Russo la tomba deve tornare accessibile non soltanto fisicamente, ma culturalmente, attraverso strumenti capaci di parlare a pubblici diversi. In questo senso la giornata di studi rappresenta il primo sviluppo scientifico dell’acquisizione: recuperare un capolavoro significa conservarlo, ma anche riattivare attorno ad esso ricerca, educazione e rapporto con il territorio.
Giuseppe Sassatelli (Istituto Nazionale di Studi Etruschi ed Italici)
La Tomba François riaccende l’interesse per gli Etruschi

Tre ragioni rendono questa giornata «speciale» per Giuseppe Sassatelli, presidente dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi ed Italici, che ha patrocinato l’iniziativa.
La prima è l’acquisizione stessa: la Tomba François costituisce uno dei monumenti fondamentali dell’arte etrusca e rendere le sue pitture definitivamente disponibili al pubblico e agli studiosi segna un passaggio di grande importanza. La seconda riguarda l’effetto prodotto fuori dagli ambienti accademici. L’operazione, ha osservato, «ha risvegliato un interesse anche al di fuori della comunità degli addetti ai lavori».
La terza ragione riguarda proprio la risposta degli studiosi. Dopo l’eco mediatica dell’acquisizione, una comunità scientifica «piccola ma molto vivace e molto attenta» ha avvertito immediatamente la necessità di tornare a discutere il monumento nel suo contesto.
Per Sassatelli è questo il passaggio decisivo: trasformare il successo pubblico dell’operazione in «riflessione scientifica». L’interesse collettivo per gli Etruschi e la ricerca specialistica non rappresentano dunque due percorsi separati, ma due facce della stessa valorizzazione.
Luana Toniolo, Christian Mazet, Laura Maria Michetti
Rileggere la Tomba François nel suo contesto

Luana Toniolo (Direttrice del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia), Christian Mazet (British Museum) e Laura Maria Michetti (Sapienza Università di Roma), i tre organizzatori della Giornata di studi a Villa Giulia, hanno aperto il programma scientifico chiarendo il concetto attorno al quale avrebbe ruotato l’intera giornata: ricomporre.
«Rileggere vuol dire ricomporre», ha detto Toniolo: pitture e architettura, iscrizioni, reperti, ritualità, memoria dei Saties e storia di Vulci. L’acquisizione permette ora al museo non soltanto di conservare, ma di sottoporre gli originali a nuove analisi e di rimettere in discussione interpretazioni consolidate.

Michetti ha affrontato il nodo della dispersione, ricordando Vulci nel Mondo, nato per ricostruire virtualmente i contesti smembrati e utilizzato anche come strumento didattico per gli studenti. Da questa esperienza, sotto l’egida dell’Istituto nazionale di studi etruschi e italici, nascerà Etruschi nel Mondo, estendendo il modello alle altre città etrusche.
Mazet ha infine richiamato i musei stranieri a una necessaria «introspezione» sulle proprie collezioni. Londra, Parigi, Bruxelles e Losanna non sono soltanto luoghi della dispersione: attraverso ricerca condivisa, archivi e prestiti possono diventare protagonisti della ricomposizione. «Lavorando fianco a fianco» è possibile restituire coerenza archeologica a ciò che la storia del collezionismo aveva separato.
Alessandro Conti (Sapienza Università di Roma)
La François e “le altre”. La necropoli di Ponte Rotto: topografia e architettura funeraria

Per capire perché la François sia eccezionale, Alessandro Conti l’ha rimessa accanto alle “altre”. La tomba va letta nel sistema della necropoli di Ponte Rotto, nelle sue terrazze sul Fiora, in rapporto alla viabilità antica e agli altri grandi sepolcri gentilizi.
Le ricerche più recenti, comprese quelle basate sui rilievi Lidar, restituiscono un paesaggio funerario tutt’altro che casuale. Nella seconda metà del IV secolo a.C. il costone conosce una vera «grande trasformazione»: potenti famiglie aristocratiche costruiscono sepolcri multigenerazionali, condividendo modelli architettonici e tecniche ma adattandoli alle caratteristiche del banco tufaceo.
Anche i lunghi dromoi assumono così un significato meno esclusivamente celebrativo. Servivano infatti a penetrare abbastanza profondamente nel costone da raggiungere strati geologicamente più compatti.
La François, con un corridoio superiore ai trenta metri, una profondità considerevole e sette camere organizzate attorno allo spazio centrale, emerge come vertice di una cultura architettonica condivisa. La sua eccezionalità non viene quindi ridimensionata dal confronto: al contrario, risulta più comprensibile proprio quando il monumento viene restituito al paesaggio funerario nel quale fu concepito.
Giulio Paolucci (Fondazione Luigi Rovati) e Lionel Pernet (Musée cantonal d’archéologie et d’histoire, Lausanne)
Nuovi dati sul corredo della Tomba François di Vulci

Giulio Paolucci e Lionel Pernet hanno ricostruito il corredo della François seguendo una pista fatta di elenchi ottocenteschi, aste, collezioni e inventari museali. È un lavoro quasi investigativo che permette di riportare alla tomba oggetti rimasti per decenni privi del loro esatto contesto.
Particolarmente significativo è il caso di Losanna. Dei materiali vulcenti acquistati nell’Ottocento, almeno una parte consistente può oggi essere ricollegata alla François; nella discussione Pernet ha parlato di circa trenta-trentotto oggetti potenzialmente riconducibili al complesso.
Ma una grande novità è arrivata alla fine. Il museo di Losanna, ha annunciato Pernet, è aperto a concedere a Villa Giulia un prestito di lunga durata di materiali che normalmente rimangono nelle riserve. «A Losanna non facciamo niente» con quegli oggetti, ha osservato provocatoriamente: accanto agli altri elementi del corredo potrebbero invece ritrovare un significato.
Paolucci ha definito l’offerta un gesto «importantissimo» e soprattutto un modello di collaborazione. Ricomporre un contesto non è più, in questo caso, soltanto un esercizio scientifico o digitale: può significare riportare fisicamente alcuni oggetti accanto alle pitture alle quali la storia li aveva separati.
Carmine Ampolo (Scuola Normale Superiore di Pisa)
La Tomba François e Roma arcaica, tra storia e mito

Con Carmine Ampolo il ciclo dipinto è tornato al problema che da oltre un secolo affascina storici e archeologi: che rapporto esiste fra le immagini della François, la memoria di Vulci e quella di Roma?
Mastarna, Aulo e Celio Vibenna, Cneve Tarchunies Rumach non sono semplicemente personaggi disposti sulle pareti. Appartengono a un racconto politico attraverso il quale l’aristocrazia vulcente seleziona e ordina il proprio passato.
La François non va tuttavia ridotta a un manifesto semplicemente antiromano. Figure come Aulo Vibenna erano presenti anche nella memoria romana e il rapporto fra le due tradizioni appare più articolato di una contrapposizione frontale. Le stesse nuove letture del passaggio di Vulci nell’orbita romana invitano a pensare a processi di trasformazione e integrazione più complessi.
Anche l’accostamento fra ciclo troiano e vicende etrusche acquista così un significato più profondo. Il mito greco non costituisce una decorazione prestigiosa applicata alla storia locale: mito e storia diventano due livelli dello stesso linguaggio di memoria e legittimazione. La tomba racconta quindi non soltanto ciò che una grande famiglia vulcente ricordava, ma il modo in cui sceglieva di costruire e trasmettere quel ricordo.
Laurent Haumesser (Musée du Louvre)
La Tomba dei destini incrociati: la Tomba François e i suoi lettori

Per Laurent Haumesser, la François è anche un formidabile problema di lettura. Il ciclo pittorico forma una rete di scene, corrispondenze, opposizioni ed echi capace di moltiplicare i significati e, in parte, di superare forse persino l’intenzione originaria dei committenti.
Per spiegarlo Haumesser ha chiamato in causa due riferimenti apparentemente lontani dall’etruscologia. Il primo è Italo Calvino e il suo Castello dei destini incrociati: come le carte dei tarocchi, le immagini acquistano significati differenti secondo il posto occupato nella combinazione e il percorso seguito dal lettore.
Il secondo è Claude Lévi-Strauss e il concetto di bricolage del Pensiero selvaggio: elementi già «caricati di senso» vengono riutilizzati e combinati, producendo nuovi significati che non coincidono necessariamente con quelli originari.
Haumesser non propone però una lettura arbitraria. Al contrario: la disposizione delle scene corrisponde a un programma preciso e va rispettata. Ma la densità semantica del monumento spiega perché generazioni di studiosi abbiano continuato a leggerlo diversamente.
La François diventa così una macchina della memoria: un insieme rigoroso ma non chiuso, nel quale ogni nuova lettura deve «tagliare», per riprendere l’immagine evocata dal relatore, secondo le giuste articolazioni.
Maurizio Sannibale (Pontificia Accademia Romana di Archeologia)
L’ultima grande impresa di Carlo Ruspi: le copie della Tomba François al Museo Gregoriano Etrusco

Quando la fotografia ancora non esisteva, copiare una tomba dipinta significava salvarne l’immagine.
Maurizio Sannibale ha ricostruito l’ultima grande impresa di Carlo Ruspi, autore delle riproduzioni a grandezza naturale delle pitture François destinate al Museo Gregoriano Etrusco.
Quelle copie non erano semplici imitazioni. Ruspi lavorava direttamente sugli originali, con lucidi, annotazioni dei colori, spolveri e ricalchi. La riproduzione diventava quindi un vero «momento conoscitivo»: per restituire linea, colore e chiaroscuro era necessario comprendere prima lo stile antico.
Il ciclo François entrò così molto presto nella storia museografica vaticana. Delle serie ottocentesche realizzate per diverse destinazioni europee, quella del Vaticano rimane oggi sostanzialmente l’unica conservata integralmente.
Il paradosso è significativo: nate per sostituire visivamente originali non accessibili, le copie Ruspi sono diventate esse stesse documenti storici. Raccontano lo stato delle pitture, ma anche il modo in cui l’Ottocento guardava l’Etruria, documentava i monumenti e costruiva i primi musei archeologici.
Il loro recupero museografico consente oggi di riunire idealmente due storie: quella antica della pittura etrusca e quella moderna della sua scoperta e trasmissione.
Christian Mazet e Aude Mongiatti (British Museum)
Nuovi dati sugli ori della Tomba François: i gioielli Castellani del British Museum

Con Christian Mazet e Aude Mongiatti la ricostruzione del contesto è entrata nel laboratorio. Al centro, una serie di gioielli acquistati dal British Museum attraverso Alessandro Castellani e collegabili, con diversi gradi di certezza, a Vulci e alla François.
Registri museali e documenti antiquari mostrano provenienze interessanti, ma non sempre perfettamente coincidenti. Alcuni pezzi presentano analogie molto forti con gioielli del Louvre certamente o probabilmente provenienti dalla tomba. Altri pongono problemi più complessi.
Per questo la ricerca documentaria è stata affiancata da analisi scientifiche non distruttive: microscopia, studio delle tecniche di granulazione e dei fili metallici, corrosioni, microfratture e degrado del vetro. Alcuni manufatti comprendono elementi antichi inseriti in montature ottocentesche: i celebri pastiche che resero famosa la bottega Castellani.
Il risultato non è una semplice attribuzione, ma una lezione di metodo. Una provenienza scritta in un inventario non basta. Per ricostruire un corredo disperso occorre incrociare archivi, storia del mercato antiquario, archeologia e scienza dei materiali.
È proprio questo incrocio a trasformare oggetti isolati nelle vetrine di un museo straniero in possibili frammenti di una storia nuovamente comune.
Anna Maria Moretti Sgubini (già Soprintendente per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale)
Esperienze di pittura parietale e scultura nelle tombe ellenistiche di Vulci

La Tomba François è un monumento «insuperato», ma non è comprensibile se isolata dalla straordinaria stagione artistica vulcente nella quale nacque. Anna Maria Moretti Sgubini ha allargato perciò lo sguardo alla pittura e alla scultura funeraria fra tarda età classica ed ellenismo.
Dalla perduta Tomba Campanari, conosciuta attraverso preziosi disegni ottocenteschi, alla Tomba del Delfino, dai sarcofagi monumentali alle sculture, ai segnacoli e alle decorazioni architettoniche, Vulci emerge come un laboratorio assai più ricco di quanto la sola François possa far immaginare.
Suggestiva la lettura dei delfini come immagini del passaggio verso l’oltretomba, mentre altri monumenti testimoniano la forza del dionisismo. Una statua proveniente dall’Osteria, con un personaggio assiso accompagnato da un cerbiatto, può essere interpretata come raffigurazione di un mystes, un iniziato.
L’importanza dell’intervento sta proprio nella capacità di rimettere l’eccezione dentro una cultura figurativa più ampia. La François resta unica per complessità, qualità e densità storica, ma appartiene a una Vulci capace, fra IV e III secolo a.C., di sperimentare con pittura, scultura e architettura funeraria ai livelli più alti dell’Etruria.
Maurizio Harari (IUSS Pavia)
Fenomenologia della parete dipinta nella Tomba François. La grande pittura a parete all’alba dell’età ellenistica

«È finito il tempo della magia, inizia il tempo della figura». La formula con cui Maurizio Harari ha concluso il suo intervento riassume una proposta interpretativa molto più complessa.
La domanda riguarda il modo in cui un antico osservatore percepiva la parete di una tomba. Nella tradizione arcaica, ha spiegato Harari, essa poteva funzionare quasi come un diaframma, dotato di una «magica trasparenza» verso la dimensione ultraterrena. Nella François avviene qualcosa di diverso.
Le grandi megalografie non fingono più di aprire la parete. Si dichiarano apertamente immagini da osservare, interpretare e commentare. Lo spazio funerario diventa dunque anche «spazio di lettura delle immagini».
Harari parla di una sorta di “laicizzazione” della parete, ma precisa che non significa affatto indebolimento del sentire religioso. La dimensione escatologica, misterica e dionisiaca resta intensissima. A cambiare è il rapporto visivo con la rappresentazione: l’immagine viene riconosciuta come figura.
La François si colloca perciò nel cuore delle grandi trasformazioni del tardo classicismo mediterraneo. La sua eccezionalità consiste anche nell’essere un luogo dove è possibile osservare quasi in diretta il cambiamento del modo antico di vedere.
Enrico Benelli (Università degli Studi Roma Tre)
Scrivere nelle tombe. Note di epigrafia vulcente

Con Enrico Benelli sono state le iscrizioni a mettere in discussione alcune categorie considerate quasi automatiche, a cominciare dalla nozione di “tomba di famiglia”.
L’epigrafia mostra una società più complessa: grafie variabili, gentilizi, passaggi ereditari e sepolcri utilizzati da gruppi diversi. Soprattutto, la presenza di più famiglie nella stessa tomba non deve essere sempre interpretata come usurpazione o semplice necessità economica. In alcuni casi potrebbero essere entrati in gioco ruoli pubblici, appartenenze comuni o persino funzioni sacerdotali.
Benelli invita anche a riconsiderare molte presunte “usurpazioni” funerarie. Il cambiamento dei nomi nelle iscrizioni può riflettere normali passaggi di proprietà o di eredità, favoriti talvolta dalla bassissima natalità delle aristocrazie, che cercavano di evitare la frammentazione dei patrimoni ma rischiavano così l’estinzione delle linee familiari.
L’ipotesi più stimolante riguarda proprio la François: in una fase successiva la tomba potrebbe aver cambiato proprietario. Il muro che isola il settore celebrativo dei Saties potrebbe allora essere letto come una forma di separazione e conservazione della memoria dei precedenti titolari.
È un’ipotesi ancora da verificare, ma mostra quanto l’epigrafia possa modificare la storia sociale del monumento.
Alfonsina Russo (DiVA), Simona Carosi (SABAP Viterbo-Etruria Meridionale), Carlo Regoli e Carlo Casi (Fondazione Vulci) — Vulci nel IV secolo: nuovi studi e scoperte

L’ultima relazione ha allargato lo sguardo dalla François alla città che la produsse. Carlo Casi e Carlo Regoli hanno presentato un quadro della Vulci del IV secolo a.C. fondato sui nuovi studi e sulle ricerche condotte nelle necropoli.
È un’epoca di trasformazioni politiche profonde. Roma aumenta progressivamente il proprio peso, ma questo non determina una scomparsa immediata delle strutture sociali e culturali tradizionali. Le grandi famiglie aristocratiche continuano a fondare sul controllo del territorio la propria forza, mentre la ripresa dell’edilizia, delle produzioni artigianali e delle grandi committenze funerarie documenta una società ancora vitale.
Le necropoli dell’Osteria e di Poggio Mengarelli rappresentano in questa prospettiva un osservatorio privilegiato. Nonostante la frammentarietà prodotta dagli scavi antiquari e dalle attività clandestine, le nuove indagini consentono di ricostruire il passaggio dal IV al III secolo e le trasformazioni della società vulcente.
Ne emerge un quadro dinamico: progressivo ridimensionamento delle grandi famiglie, nuove forme di autorappresentazione e affermazione di gruppi produttivi che introducono nei corredi anche strumenti professionali e oggetti della vita quotidiana. La Vulci della François non è dunque immobile nel suo splendore aristocratico: è una città in trasformazione, attraversata dai cambiamenti che porteranno alla nuova Italia dominata da Roma.


