
VULCI, 21 GIUGNO 2026 – Se l’estate archeologica dell’Etruria avesse una capitale operativa, quest’anno sarebbe Vulci. Nel giro di poche settimane, il grande pianoro tra l’Alto Lazio e la Toscana si sta trasformando nel cantiere etrusco più attivo dell’estate 2026: sette missioni di scavo, oltre cento archeologi, università italiane ed europee, istituti stranieri, laboratori, specialisti di archeometria, paleobotanica, paleozoologia, antropologia fisica, rilievo digitale e indagini geofisiche. Non una somma di interventi dispersi, ma un sistema di ricerca che sta riportando Vulci al centro della discussione internazionale sull’archeologia dell’Etruria.

È un passaggio non solo scientifico, ma culturale e politico nel senso più alto del termine. Vulci non è più soltanto il luogo delle grandi scoperte ottocentesche, delle necropoli aristocratiche, della Tomba François, dei vasi attici, dei corredi dispersi nei musei del mondo e oggi censiti anche da Vulci nel Mondo. È un laboratorio aperto, dove la città etrusca, la città romana, il suburbio, il porto, le aree sacre e le necropoli vengono finalmente letti come parti di un unico paesaggio storico.

A rendere ancora più evidente questa svolta c’è il ritorno alla fruizione pubblica degli affreschi della Tomba François, acquistati dallo Stato per 15 milioni di euro e che saranno esposti a Villa Giulia dal 30 giugno. Da una parte, dunque, torna visibile uno dei massimi documenti della Vulci aristocratica del IV secolo a.C.; dall’altra, sul terreno, si apre una stagione di scavi che prova a rispondere alle domande ancora aperte sulla nascita, lo sviluppo, la trasformazione e la lunga sopravvivenza della città.
In questo intreccio tra tutela, ricerca, valorizzazione e visione istituzionale si inserisce il lavoro della Fondazione Vulci, guidata da Laura Allegrini, da poco nominata presidente. La sua è una presidenza dal profilo chiaramente politico-istituzionale: non solo gestione amministrativa, ma capacità di relazione, attivazione di reti, attenzione al territorio e consapevolezza del valore pubblico dell’archeologia. Accanto a lei opera Carlo Casi, direttore scientifico del Parco, archeologo, editore e autore di numerose pubblicazioni scientifiche e divulgative.

È Casi a coordinare la macchina organizzativa che negli ultimi anni ha accompagnato la crescita del Parco: da area archeologica di straordinaria bellezza, anche dal punto di vista naturalistico, a piattaforma internazionale di ricerca. La sua lettura è netta: non si tratta di una somma casuale di cantieri, né di iniziative isolate che convivono nello stesso territorio. «Noi trattiamo tutti questi scavi come se fossero un solo scavo», spiega a Etruscan Times. «Hanno vari punti di intervento, ma fanno parte di un progetto generale: il Progetto Vulci».
Il calendario dell’estate 2026 racconta bene questa densità. Accanto allo scavo gestito direttamente dalla Fondazione Vulci al Carraccio dell’Osteria, presso la sorgente del Fontanile, operano o torneranno a operare l’Università di Göteborg, l’Università Ca’ Foscari Venezia, il progetto con il British Museum, l’École française de Rome e Sapienza Università di Roma, il gruppo delle università tedesche di Friburgo e Magonza legato al progetto Vulci Cityscape, il nuovo cantiere di Regisvilla della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale, con la collaborazione dell’Università Federico II di Napoli, dell’University College London, ancora di Magonza e Friburgo, e infine il team dell’Università di Treviri, che raccoglie l’eredità delle ricerche a Poggio delle Urne lasciate dall’Università “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara.

È un mosaico imponente, distribuito tra città, suburbio, necropoli, aree sacre, architetture romane e paesaggi costieri. Il dato quantitativo è significativo. «Saranno intorno a centodieci persone direttamente impegnate negli scavi», precisa Casi. «E poi ci sono tutti i consulenti: chi fa le analisi, chi lavora con i droni, gli antropologi fisici, i paleobotanici, i paleozoologi. Sono persone che intervengono quando serve fare campionamenti, prelievi, studi specifici». Il paragone con il passato rende ancora più evidente la portata del cambiamento. «Qui vent’anni fa non scavava nessuno», osserva Casi. «C’erano solo recuperi, interventi di somma urgenza, spesso dopo l’azione dei tombaroli. Ma non erano scavi archeologici sistematici».
Carraccio dell’Osteria
Il progetto della Fondazione Vulci al Carraccio dell’Osteria, chiamato Il Giardino di Demetra e finanziato dalla Regione Lazio, si lega al programma più ampio delle Vie del Sacro. Il punto di partenza è un’area connessa all’acqua, al culto e forse alla divinità Vei, che Casi accosta con cautela a una via sacra capace di collegare più luoghi del territorio vulcente. «Il progetto non è solo scavo», precisa. «Prevede pubblicazioni, studi, tesi di dottorato e di laurea, approfondimenti. A fine anno uscirà nei Quaderni Vulcenti una monografia di Simona Carosi e Sara Scarselletta sui materiali devozionali ritrovati a Vulci. E abbiamo in programma monitoraggi, ripuliture, nuovi controlli in aree come il Fontanile Legnesina e l’Acropoli».
Al Carraccio la componente bioarcheologica è centrale. Legata alla sorgente, l’area conserva condizioni che potrebbero favorire la presenza di materiali organici. «Speriamo di trovare un pozzo sacro», racconta Casi, «perché lì l’ambiente è sicuramente anaerobico, almeno in alcuni punti. I materiali organici possono essersi conservati molto bene». La collaborazione con i laboratori di paleobotanica dell’Università di Ferrara apre prospettive importanti: ricostruire il paesaggio antico, il paesaggio agrario, forse riconoscere semi, frutti, offerte vegetali. «È una specie di Jurassic Park botanico dentro un progetto scientifico», sintetizza Casi.
Understanding Urban Identities

Nella città antica, intanto, l’Università di Göteborg continua a lavorare sul margine orientale del pianoro urbano, poco a nord di Porta Est. Serena Sabatini e il suo team proseguono lo scavo nell’ambito del progetto Understanding Urban Identities, con l’obiettivo di ricostruire la lunga storia della città: dalle possibili fasi protostoriche allo sviluppo della città-stato etrusca, fino alla riorganizzazione romana e alle trasformazioni tardoantiche.
La scelta dell’area nasce da una strategia precisa: indagare una zona che le prospezioni geofisiche non indicavano come monumentale, per poter scendere in profondità e intercettare più fasi di vita. Il sito, affacciato verso Ponte Rotto, la Tomba François e la Cuccumella, occupava però una posizione significativa nel paesaggio antico. Dal 2022 lo scavo ha restituito altari cilindrici in pietra, del tipo “a tamburo”, eccezionali perché rinvenuti nel tessuto urbano, insieme a una struttura quadrangolare con più fasi costruttive. Il progetto mira così a comprendere non solo i monumenti, ma le identità urbane successive di Vulci.
Vulci Reframed Archeological Project

Un altro fronte decisivo è quello aperto dall’Università Ca’ Foscari Venezia. Il team guidato da Daniela Cottica, con Andrea Cipolato, ha avviato una campagna esplorativa nell’area a sud dell’edificio in laterizio, dove le fotografie aeree studiate da Giorgio F. Pocobelli avevano già suggerito la presenza di una grande traccia semicircolare. Da quell’indizio nasce il Vulci Reframed Archaeological Project, sviluppato con la Fondazione Vulci e in accordo con la Soprintendenza.
Lo scavo, attivo fin dalle prime ore del mattino per evitare il caldo più forte, sta riportando alla luce una struttura teatriforme: un piccolo teatro romano, o forse un odeon, con una capienza stimata tra 600 e 1.000 spettatori. Non si tratta di un grande edificio imperiale, ma di uno spazio pubblico capace di modificare in profondità la conoscenza della Vulci romanizzata.
Il progetto sposta infatti l’attenzione dalla Vulci più nota, quella delle necropoli, della Tomba François, dei vasi attici, dei corredi principeschi e degli scavi ottocenteschi, alla città romana, ancora poco indagata. Le murature in tufo, cementizio, opus reticulatum e cubilia in basalto suggeriscono una costruzione tra la tarda Repubblica e l’inizio dell’età imperiale, anche se la datazione dovrà essere precisata con ulteriori indagini. La campagna mira a chiarire dimensioni, cronologia, fasi costruttive, abbandono e riuso dell’edificio, poi rasato e trasformato tra tarda antichità e alto Medioevo.
La scoperta è stata ripresa con grande enfasi anche da Laura Larcan sul quotidiano Il Messaggero. «Gli scavi ottocenteschi l’avevano già parzialmente intercettata», spiega Casi, «ma il punto preciso non era chiaro. Aprendo, abbiamo ritrovato anche tracce degli interventi antichi di scavo. Era stato interpretato come un impianto termale, ma oggi sembra piuttosto una struttura teatriforme». Anche qui il terreno restituisce una stratificazione complessa: dagli scavi storici erano emersi materiali di grande rilievo, compresi frammenti figurati di produzione greca.
Vulci Cityscape

Il quadro urbano è arricchito anche dal progetto Vulci Cityscape, condotto dalle Università di Friburgo e Magonza, che ricomincerà a luglio. Il gruppo, guidato da Mariachiara Franceschini e Paul P. Pasieka, è già al centro dell’attenzione per la scoperta della testa di Kore in marmo greco, rinvenuta nell’area del nuovo tempio monumentale urbano, presentata lo scorso anno al Ministero della Cultura e ora esposta nella mostra dell’Acropoli di Atene.

È un ritrovamento significativo: un raro esempio di grande statuaria greca in Etruria, databile agli inizi del V secolo a.C., che illumina i rapporti culturali fra mondo greco e Italia preromana. La campagna 2026 tornerà dunque in uno dei punti più sensibili della città, dove la ricerca sul tempio apre domande decisive sulla forma urbana di Vulci e sulla sua dimensione religiosa.
Retour à Vulci

Tra i progetti più importanti della stagione c’è Retour à Vulci, la missione con il British Museum, l’École française de Rome e Sapienza Università di Roma, dedicata alla necropoli della Polledrara e al Tumulus Gsell. Il nome è già un programma: non solo un ritorno fisico sul terreno, ma il recupero critico di una storia scientifica interrotta, cominciata nel 1889 con le ricerche di Stéphane Gsell per l’École française de Rome e rimasta a lungo ai margini della conoscenza più ampia di Vulci. In un’estate dominata dalla ripresa degli scavi urbani, Retour à Vulci ricorda che la grandezza della città si misura anche nella complessità del suo paesaggio funerario.
Il progetto, avviato l’anno scorso e guidato da Christian Mazet, Laura Maria Michetti e Alessandro Conti, ha un valore particolare perché unisce memoria storica degli scavi, cooperazione internazionale e nuove tecniche di indagine. Il Tumulus Gsell è uno dei monumenti più enigmatici del paesaggio funerario vulcente: riscoprirlo oggi significa riportare dentro la ricerca contemporanea una parte importante della storia archeologica francese a Vulci, ma anche verificare con strumenti moderni ciò che le indagini ottocentesche avevano solo intravisto o descritto in modo parziale.
Nel 2025 le indagini geofisiche avevano permesso di coprire l’intero tumulo e di aprire un primo sondaggio. I risultati sono stati presentati nell’ottobre scorso al XXXI convegno dell’Istituto di Studi Etruschi e Italici a Vulci. Negli scavi che cominceranno a luglio 2026 l’obiettivo sarà interpretare le anomalie individuate e localizzare il tamburo del monumento attraverso trincee mirate. Qui il “ritorno” non è nostalgia: è metodo. Significa riprendere una vicenda di ricerca antica, rileggerla alla luce delle tecnologie attuali e restituire al monumento un posto nella topografia storica della necropoli della Polledrara.
I primi scavi a Regisvilla
Il tema del sacro attraversa anche Regisvilla, il grande approdo marittimo di Vulci. Il nuovo cantiere, promosso da Simona Carosi per la Soprintendenza e dalla Fondazione Vulci, partirà a settembre da un’area che, sulla base degli scavi della fine degli anni Settanta, potrebbe essere collegata a una zona sacra. Il progetto coinvolge l’Università Federico II di Napoli, guidata da Rodolfo Brancato, i team di Magonza e Friburgo, con Franceschini e Pasieka, e un gruppo dell’University College London guidato da Corinna Riva. Sono previste anche indagini di archeologia subacquea condotte da Barbara Barbaro. «Non si svolgeranno quest’anno», chiarisce Casi, «ma restano un tassello importante del programma».
A ottobre, invece, riprenderanno gli scavi a Poggio delle Urne, affidati da quest’anno all’Università di Treviri, nel land della Renania-Palatinato, e guidati da Aura Piccioni. Si tratta del sepolcreto più antico dell’area di Vulci, di epoca Villanoviana fino all’Orientalizzante, che finora ha portato alla scoperta di 320 tombe.
A Montalto di Castro il Museo della Scultura etrusca di Vulci

Dietro la stagione estiva degli scavi a Vulci c’è una struttura permanente che lavora tutto l’anno. A Montalto di Castro (VT) la Fondazione gestisce un laboratorio di restauro nato da una collaborazione con l’Istituto Centrale per il Restauro e oggi attivo in modo continuativo. Qui arrivano materiali, reperti, frammenti da consolidare, studiare, restaurare e catalogare. «Siamo una filiera completa», sintetizza Casi. «Dallo scavo passiamo subito al laboratorio di restauro, poi allo studio e alla valorizzazione». È in questa filiera che si collocano reperti come le Mani d’argento, ora alla mostra di San Francisco, ma destinate al futuro Museo della Scultura etrusca di Vulci, che aprirà entro un anno a Montalto di Castro (VT).
La prospettiva futura è ambiziosa: trasformare Vulci in un centro europeo di studi archeologici. Non solo un luogo di campagne estive, ma una sede permanente di formazione, ricerca e sperimentazione, capace di riunire università, enti di ricerca e giovani archeologi. Una palestra internazionale per gli archeologi di domani.
È forse questa la vera immagine dell’estate 2026: Vulci non come singolo sito, ma come sistema. Non soltanto sette scavi aperti, non soltanto centinaia di metri quadrati da indagare, ma un’idea di archeologia pubblica, internazionale e interdisciplinare. Sullo sfondo, il ritorno alla fruizione pubblica degli affreschi François ricorda che ogni nuova campagna dialoga con una storia lunga: quella delle scoperte ottocentesche, delle dispersioni, dei musei, delle acquisizioni e ora di una nuova stagione di responsabilità pubblica. (@EtruscanTimes)

