Vulci, libri e affari: il doppio volto del “principe-archeologo” Luciano Bonaparte,

ORVIETO, 8 AGOSTO 2026 – Novemilaseicentoquarantasei piastre romane in meno di un anno. Tanto incassarono Luciano Bonaparte e la moglie Alexandrine de Bleschamp tra il maggio 1839 e il marzo 1840 vendendo in tutta Europa i reperti archeologici provenienti dagli scavi di Vulci. È una cifra che, quasi due secoli dopo, dà una misura sorprendentemente concreta di ciò che significò la grande stagione delle scoperte vulcenti: non soltanto un’avventura archeologica destinata a cambiare la conoscenza degli Etruschi, ma anche un’attività economica organizzata, internazionale e assai redditizia.

Giuseppe M. Della Fina

A permettere oggi di fare i conti sono due taccuini del principe di Canino (e fratello di Napoleone) conservati presso la Fondazione per il Museo “Claudio Faina” di Orvieto e riportati all’attenzione dal suo vicepresidente, Giuseppe M. Della Fina, in due articoli appena pubblicati sul Giornale dell’Arte. Documenti diversi tra loro, ma complementari: uno racconta il Bonaparte studioso e interprete dell’antichità; l’altro il proprietario terriero, lo scavatore e soprattutto l’imprenditore delle antichità.

Il secondo, Caisse générale, è forse quello che riserva le sorprese più immediate. Bonaparte vi annotò con precisione quasi contabile le entrate e le uscite della tenuta di Canino, le proprie spese personali e i ricavi delle vendite archeologiche negli ultimi mesi della sua vita.

Collana in oro di Vulci ora al Antikesammlungen di Monaco

Le cifre consentono di seguire materialmente alcuni dei percorsi lungo i quali il patrimonio di Vulci cominciò a disperdersi in Europa. Nel 1839 i coniugi Bonaparte partirono per un viaggio di cinque mesi con lo scopo dichiarato di vendere antichità. A Monaco cedettero al re di Baviera una collezione di ori etruschi per 11mila fiorini, circa 4.340 piastre romane. A Leida vendettero, attraverso un intermediario, “vases étrusques” al museo e a un collezionista privato per altre 2.840 piastre.

Seguono operazioni con gli antiquari Campanari e Giuseppe Basseggio: vendite di bronzi e ori, acquisti del governo pontificio. E c’è persino un insuccesso commerciale: l’asta di Parigi del gennaio 1840, dove 148 vasi fruttarono appena 550 piastre.

La novità è proprio questa possibilità di sostituire alle generiche indicazioni sulla “dispersione” numeri, date, acquirenti, intermediari e itinerari. Il fenomeno che ha portato migliaia di oggetti vulcenti nei musei di tutto il mondo acquista così una concretezza nuova. Tra maggio 1839 e marzo 1840, calcola Della Fina sulla base del taccuino, i principi di Canino ricavarono complessivamente circa 9.646 piastre romane, la moneta in uso al tempo nello Stato Pontificio. Una somma enorme per l’epoca: il solo contenuto in argento corrisponderebbe oggi a circa 400-450 mila euro, mentre in termini di potere economico il valore sarebbe verosimilmente di diversi milioni di euro.

Ma il dato forse più rivelatore riguarda il rapporto tra costi e ricavi. Gli scavi costavano, naturalmente, ma molto meno di quanto rendevano le antichità immesse sul mercato. La formula usata da Della Fina è volutamente netta: scavare e vendere era “un buon affare”.

Ed era un affare condotto con strumenti che oggi definiremmo di marketing. Bonaparte organizzava esposizioni temporanee e commissionava album e litografie dei reperti. Nella Fondazione Faina si conservano alcune grandi tavole realizzate da Luigi Maria Valadier, in diversi stadi di lavorazione, nelle quali le scene dei vasi sono riprodotte a grandezza naturale, insieme al profilo dell’oggetto e persino alle fratture e alle lacune. Un metodo innovativo per l’epoca, nato anche per promuovere le vendite ma diventato oggi una fonte documentaria preziosa.

I taccuini di Luciano Bonaparte

L’altro taccuino, Citations archéologiques 1829-1830, sposta invece l’attenzione sul Bonaparte intellettuale. Non più soltanto il principe che finanziava gli scavi, ma un uomo che leggeva, prendeva appunti, confrontava fonti antiche e moderne e cercava di dare un senso storico alle scoperte che emergevano dalle necropoli vulcenti.

È un aspetto importante perché ridimensiona l’immagine, troppo semplice, del principe-scavatore interessato soprattutto al valore commerciale dei reperti. Quel quaderno fu anche un vero laboratorio di lavoro per le pubblicazioni con cui Bonaparte cercò di interpretare le scoperte del 1828-29.

Alcune conclusioni ci appaiono oggi inevitabilmente datate: l’idea di una remotissima epoca “etrusco-pelasga”, l’insistenza sulla precedenza culturale degli Etruschi rispetto ai Greci. Ma Della Fina propone anche una lettura più sottile: quando Bonaparte rivendicava all’“Italia nostra” l’anteriorità delle belle arti nel mondo antico, dietro l’archeologo poteva intravedersi ancora il politico, con le sue aspirazioni e la sua particolare idea dell’Italia.

La sede del Museo della Fondazione Faina a Orvieto

I due taccuini restituiscono dunque un Luciano Bonaparte più complesso: studioso e uomo d’affari, archeologo secondo i criteri del suo tempo e protagonista di una dispersione che oggi può apparire amara, ma che va compresa nella realtà dell’Ottocento.

E confermano soprattutto un altro dato: per ricostruire la storia di Vulci non basta scavare a Vulci. Bisogna seguire le carte, le collezioni e le tracce lasciate dagli oggetti. Bisogna ricostruire la “diaspora vulcente“, come sta facendo il progetto Vulci nel Mondo. E in questo lavoro la Fondazione per il Museo “Claudio Faina” rappresenta un centro di importanza particolare: Orvieto custodisce documenti capaci di spiegare non soltanto che cosa venne trovato nelle necropoli vulcenti, ma anche come quelle scoperte furono interpretate, pubblicizzate, vendute e infine disseminate nel mondo. (@EtruscanTimes)

Redazione
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