ROMA, 15 NOVEMBRE – Il mondo dell’archeologia e’ a lutto per la scomparsa di Andreina Ricci, studiosa seria e intellettuale impegnata che ha dedicato la sua intera vita alla ricerca e alla didattica. Lungimirante al punto da anticipare di molti anni la discussione su argomenti, oggi al centro del dibattito scientifico, dall’archeologia pubblica ai temi di etica della ricerca. Ha dato la notizia della morte la Confederazione Italiana Archeologi.
Andreina Ricci aveva 77 anni. Si era formata a Roma laureandosi nel 1969 in Archeologia Classica. Tra le tappe che hanno maggiormente segnato il suo percorso scientifico si ricordano lo scavo delle Terme del nuotatore di Ostia (1967), le campagne alla villa tardo-repubblicana di Settefinestre (1976-1981) tra Capalbio e Orbetello, la direzione della missione di scavo presso la città antica di Tipasa in Algeria (1991) e quella dello scavo universitario della villa romana di Passolombardo, Roma (dal 1994).
Andreina Ricci aveva iniziato il suo percorso accademico con una borsa di studio al CNR (Istituto per le tecnologie applicate ai beni culturali), proseguendo come Ricercatrice alle Università di Siena e Pisa e Professore Associato a Cagliari. Professore Ordinario a Roma, all’Università di Tor Vergata ha insegnato Metodologia della ricerca archeologica fino alla pensione. Nel 1993, presso questa Università, aveva fondato il CESTER (Centro Interdipartimentale per lo studio delle trasformazioni del territorio), istituito nel 1997 il Master “Beni culturali e territorio” e realizzato nel 2014 il Museo universitario “Archeologia per Roma”.
Oltre agli impegni accademici aveva ricoperto ruoli di alto profilo scientifico e istituzionale: a partire dal 2008 è stata membro del Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici del Ministero per i Beni Culturali; dal 2017, inoltre, membro del Consiglio scientifico del Parco Archeologico dell’Appia Antica e, dal 2018 dell’Istituto Centrale per l’Archeologia. Nel 2019 era entrata a far parte del Comitato scientifico della collana “Etica e Patrimonio culturale” del CNR.
Carta da macero e cocciopesto
Tra le pubblicazioni si ricordano il contributo del 1984
“Carta da macero e ‘cocciopesto’: appunti sullo scarto di reperti archeologici”, una riflessione sulla “storia dello scarto” di materiali archeologici pubblicata sui Quaderni Storici del Mulino, e la cura, assieme ad Andrea Carandini, dei volumi sugli
scavi della villa di Settefinestre. Oltre alla cultura materiale di età romana e a ricerche di carattere iconografico, Ricci si era interessata ai temi legati al rapporto tra archeologia e città contemporanea, alla pianificazione urbanistica e alla gestione del Patrimonio col volume del 1996
“I mali dell’abbondanza. Considerazioni impolitiche sui beni culturali”: “Necessariamente le città mutano volto, perché esse sono organismi viventi; voler arrestare questa trasformazione sarebbe come voler fermare la crescita di un essere umano, perché non si trasformi, da quel bambino che era, in brutto omaccione: come è accaduto a noi tutti. Il punto – aveva scritto in quella occasione – è di creare una coscienza dell’esigenza di fare il nuovo con intelligente rispetto per l’antico”.
Nel 2006 in “Attorno alla nuda pietra. Archeologia e città tra identità e progetto”, Andreina Ricci aveva messo a nudo le responsabilità delle istituzioni e proposto una nuova alleanza tra le esigenze della salvaguardia e i bisogni di trasformazione della città contemporanea. Sotto accusa era l’uso pubblico dei resti archeologici fino ad allora praticato in Italia, dall’uso politico del patrimonio storico privilegiato dal fascismo alla opposta, ma per certi versi speculare, sacralizzazione dell’antico subentrata nel periodo repubblicano. (@EtruscanTimes)