Campigli e le sue solenni e algide donne etrusche, chiude a Milano la mostra delle grafiche

MILANO, 6 FEBBRAIO – Si è chiusa proprio alla vigilia della Festa della Donna la raffinata mostra ‘Dal ripensamento al pretesto’ alla Galleria Rubin di Milano dedicata a Massimo Campigli e alle ”sue donne”. Una raccolta di grafica che il grande artista del Novecento ha intitolato alla donne e in particolare alla donna etrusca.

Nel 1928 Max Ihlenfeld (Berlino, 1895 – Saint-Tropez, 1971) – meglio noto come Massimo Campigli – visitò per la prima volta il Museo romano di Villa Giulia. Fu allora che scoprì la civiltà degli Etruschi, con la loro cultura, la loro arte, il ruolo di estrema importanza delle donne. ”Per un artista come lui – scrive ‘Artribune’ – segnato da un’infanzia complessa che aveva visto il prevalere esclusivo delle figure femminili nella sua famiglia, fu un incontro chiave. Tanto sul piano umano e spirituale, quanto su quello artistico. Se già la donna aveva un posto centrale nella sua produzione precedente, da allora divenne ancora più onnipresente, forte di un sostegno storico che aveva le etrusche come ideale e modello a cui aspirare”.

L’infanzia sarà per lui un eterno tabù (dirà poi di essere nato a Firenze), tanto da portarlo a convertire il suo nome in Massimo Campigli, con cui si firmerà dal 1914. L’arte e la pittura le scoprì a Milano, dove inizialmente lavorava per il Corriere. In breve divennero suo strumento per dare forma a un universo arcaico e un tempo contemporaneo, tutto (o quasi) al femminile.

Massimo Campigli

”Nei miei quadri entrò una pagana felicità tanto nello spirito dei soggetti che nello spirito del lavoro che si fece più libero e lirico”: Campigli descrive così il suo primo contatto con l’Etruria, tra le sale di Villa Giulia. Ne scaturisce una produzione dalle tinte tenui e terrose – analoghe allo stato degli affreschi ritrovati nelle tombe etrusche – che raccontano il contemporaneo con forme arcaiche. A completate la devozione di Campigli per questa civiltà c’è l’importanza data alla donna nella società: ammessa alle feste e ai banchetti, rispettata e persino potente.

Le immagini più affascinanti della mostra sono state quelle in cui si riconoscono i reperti etruschi. Le donne-anfora geometrizzate come i loro recipienti, i volti troncati sotto il mento, al pari delle antefisse che erano poste sulle facciate dei templi e delle teste votive. La mostra ha raccolto una selezione di opere grafiche, dagli anni trenta agli anni sessanta, che celebrano la figura femminile in un’armoniosa coesistenza tra attualità e antichi splendori. Si configura un corto circuito tra arte del Novecento e antiche civiltà del Mediterraneo.

Quello raffigurato da Campigli è un universo tutto al femminile. La sua arte è fatta di donne sole e silenziose, intoccabili e inviolabili. Le colloca in una dimensione estemporanea in cui le figure non sono quasi mai inserite in spazi concreti. Le gonne svasate, a campana, a tubino, disegnano le loro sagome; le braccia composte e le acconciature ordinate danno loro un’aria pacata e regale. Sono le donne di Campigli, quelle tranquille in pose solenni, eleganti, nobili, impreziosite talvolta da gioielli e accessori: donne come imperatrici del passato.

 

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