La Stele di Vicchio al centro di un colloquio alla Fondazione Rovati

MILANO, 9 MAGGIO – Alla Fondazione Rovati di Milano torna alla ribalta la Stele di Vicchio, il monumento esposto per la prima volta al pubblico a febbraio le cui iscrizioni sacre, per la loro estensione, costituiscono un documento epigrafico di assoluta importanza e tra i più ampi testi religiosi della civiltà estusca ritrovati fino ad ora. La stele sara’ esposta fino al 16 luglio, ma il 15 maggio un incontro di studi aperto al pubblico permettera’ una ulteriore riflessione e un approfondimento.

Apriranno i lavori Giovanna Forlanelli, responsabile della Fondazione Luigi Rovati, seguita dal curatore Giulio Paolucci e dal Antonella Ranaldi della soprintendenza all’Architettura, Belle Arti e paesaggio di Firenze, Pistoia e Prato.

locandina stele di vicchioGli interventi in programma sono quelli di Gregory Warden e Phil Perkins sul santuario di Poggio Colle, mentre la presentazione di Maurizio Forte della Duke University con Nerio Davelon, Alex Pieroni, Anna Port e Augustus Wendell, spieghera’ come vedere la stele tra simulazione, realta’ virtuale e ontologie digitali.

Concludera’ i lavori Giuseppe Sassatelli, presidente dell’Istituto di Studi Etruschi e Italici.

La stele di Vicchio e’ un documento epigrafico unico per l’estensione delle sue iscrizioni, uno dei tre testi più lunghi in lingua etrusca finora ritrovati. La pietra prende nome dal luogo del suo ritrovamento, nel 2015: il santuario di Poggio Colla a Vicchio in provincia di Firenze. Realizzata in pietra arenaria locale, la stele è alta 126 centimetri, con una parte superiore ben rifinita e recante diverse iscrizioni. Ssembra essere stata iscritta quattro volte, due sui bordi e due su una faccia e il testo più lungo, forse il più antico, copre i bordi smussati in linee alternate. L’incisione costituisce uno dei tre testi religiosi etruschi più ampi finora ritrovati, insieme al Liber Linteus della mummia di Zagabria e alla tegola di Capua. Fra le tre opere, è proprio la stele di Vicchio a essere la testimonianza più antica e l’unica proveniente da un contesto archeologico certo.

L’esposizione, curata da Warden e Paolucci, si avvale della collaborazione della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato e della Mugello Valley Archaeological Project, un consorzio di università americane.

 

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