
ROMA, 6 LUGLIO 2026 – Anche uno scavo archeologico ha bisogno di regole. Non solo per proteggere i reperti, documentare correttamente gli strati, custodire il patrimonio: ma anche per garantire che chi lavora sul campo — studenti, archeologi, docenti, tecnici, collaboratori — possa farlo in un ambiente rispettoso, sicuro, inclusivo. È questo il senso del nuovo Codice Etico e di Condotta della Missione Archeologica a Pyrgi, promosso dal Dipartimento di Scienze dell’Antichità della Sapienza Università di Roma per uno dei suoi “grandi scavi”, diretto da Laura Maria Michetti.
Gli scavi di Pyrgi, come di consueto, si terranno a settembre. Ma la campagna 2026 parte già con una novità importante: un documento che porta dentro la vita quotidiana della missione archeologica principi che, nel mondo anglosassone e nelle grandi organizzazioni internazionali del settore, sono ormai consolidati da tempo. Per l’Italia, invece, si tratta ancora di un terreno relativamente nuovo. E proprio per questo il caso di Pyrgi può diventare un modello.

Il Codice nasce da un’idea semplice e insieme decisiva: l’archeologia non è fatta soltanto di reperti, stratigrafie, cataloghi e scoperte. È una pratica collettiva, spesso intensa, talvolta faticosa, in cui per settimane si condividono luoghi di lavoro, spazi di vita, responsabilità scientifiche e relazioni umane. Per questo la missione si impegna, si legge nel documento, a promuovere «un ambiente di lavoro, ricerca e convivenza basato sul reciproco, sulla collaborazione e sull’inclusione». L’obiettivo è che «tutti/e i partecipanti si sentano accolti, a proprio agio ed esprimere al meglio le proprie potenzialità».
Il punto di partenza è il Codice Etico di Ateneo della Sapienza Università di Roma, tradotto però in regole operative adatte alla realtà concreta di un cantiere archeologico. Qui l’etica non resta una formula generale, ma diventa comportamento quotidiano: rispetto delle persone, cura delle relazioni, attenzione alle differenze, prevenzione delle discriminazioni e delle molestie, correttezza scientifica, sicurezza, tutela del patrimonio.
Uno dei passaggi più netti riguarda proprio il rispetto. Il Codice dichiara di rifiutare «comportamenti, atteggiamenti, linguaggi o pratiche discriminatori, offensive o lesive della dignità altrui» e invita a favorire «l’accessibilità e la piena partecipazione di tutte e tutti, nel rispetto delle esigenze e delle condizioni individuali». È una formulazione che porta il tema dell’inclusione dentro il cantiere, cioè nel luogo in cui l’archeologia si apprende, si pratica, si tramanda.
Non meno importante è il capitolo dedicato alla collaborazione e all’ascolto. La missione riconosce e rispetta «le diverse sensibilità, esperienze e prospettive presenti nel gruppo», incoraggiando un clima di fiducia e di cooperazione. È un passaggio particolarmente significativo per uno scavo universitario, dove convivono generazioni, ruoli e livelli diversi di esperienza: docenti, ricercatori, dottorandi, studenti alla prima campagna, specialisti, tecnici.

Il documento insiste anche sulla dimensione formativa dello scavo. A Pyrgi non si trasmettono soltanto competenze tecniche — la stratigrafia, il rilievo, la documentazione dei materiali, la gestione dei dati — ma anche un’idea di comunità scientifica. «Oltre alla trasmissione delle conoscenze e delle metodologie archeologiche», si legge nel Codice, la Missione Archeologica a Pyrgi riconosce «come parte integrante della propria missione formativa la promozione dei valori del rispetto, dell’inclusione, dell’apertura al dialogo e della solidarietà».
È forse questo l’aspetto più innovativo: lo scavo non viene presentato soltanto come luogo di ricerca, ma come spazio educativo complessivo. Si impara a scavare, certo. Ma si impara anche a lavorare insieme, a condividere responsabilità, a riconoscere limiti e competenze, a segnalare comportamenti inappropriati, a costruire un clima in cui l’autorità scientifica non diventi mai abuso di posizione.
Il Codice prevede infatti una sezione dedicata a segnalazioni e tutela. La direzione scientifica e il coordinamento della missione dichiarano che non saranno tollerati «comportamenti contrari a questi principi», compresi «episodi di discriminazione, molestie, intimidazioni o trattamenti inappropriati». Ogni segnalazione, precisa il testo, dovrà essere trattata con riservatezza, imparzialità e tempestività.
In questo senso, Pyrgi si allinea a una tendenza già diffusa a livello internazionale. Nel Regno Unito, il Chartered Institute for Archaeologists dispone da tempo di un Code of Conduct per i propri iscritti, con regole su integrità professionale, inclusione, sicurezza e responsabilità verso il patrimonio. Negli Stati Uniti, la Society for American Archaeology ha elaborato i propri Principles of Archaeological Ethics, mettendo al centro tutela dei beni culturali, contrasto al traffico illecito e rapporto con le comunità coinvolte. Molte università americane e britanniche hanno inoltre introdotto specifici Fieldwork Codes of Conduct, pensati proprio per le attività sul campo.

Il Codice di Pyrgi porta questa cultura dentro uno dei luoghi simbolici dell’archeologia etrusca e mediterranea. L’antico porto di Caere, con i santuari affacciati sul Tirreno, è da decenni un laboratorio privilegiato della ricerca della Sapienza. La missione rientra tra i grandi scavi dell’Ateneo e, sin dai tempi di Massimo Pallottino, continua a formare generazioni di archeologi, in un contesto in cui ricerca scientifica, didattica universitaria e tutela del patrimonio si intrecciano in modo particolarmente evidente.
Il messaggio è chiaro: la qualità di una missione archeologica non si misura soltanto dai risultati scientifici, dalle pubblicazioni o da scoperte epocali, come lo sono state, a Pyrgi, le Lamine d’oro o la Testa di Leucotea, entrambe conservate ora al museo di Villa Giulia. Si misura anche dal modo in cui una comunità di ricerca lavora, convive, include, protegge e forma. La tutela del patrimonio comincia dal rispetto delle persone chiamate a studiarlo, conservarlo e trasmetterlo. (@EtruscanTimes)

