FIRENZE, 27 APRILE 2026 – Esattamente un secolo fa, nel Salone dei Duecento in Palazzo Vecchio, si apriva il I Convegno Nazionale Etrusco. «Non un congresso qualsiasi» ricorda Giuseppe M. Della Fina, vice presidente della Fondazione per il Museo Claudio Faina di Orvieto, in un articolo sul Giornale dell’Arte, «ma l’occasione legata alla nascita dell’Etruscologia per come noi la intendiamo oggi: una disciplina con un taglio storico, attenta all’elaborazione artistica e alla produzione artigianale, aperta al contributo di altre scienze».

Nell’articolo Della Fina ripercorre come, da quel martedì 27 aprile 1926, prese forma una disciplina con un assetto moderno e riconoscibile: non più soltanto interesse antiquario o semplice raccolta di reperti, ma un campo di studi capace di superare i confini dell’interesse antiquario e di aprirsi a metodi e prospettive più ampie. Sempre da quell’appuntamento fiorentino, cominciò a esserci anche una struttura organizzata della ricerca: «Scaturì inoltre l’idea di pubblicare una rivista, Studi Etruschi, che desse conto puntualmente dell’avanzamento degli studi e della promozione della stampa di monografie sulle principali città-stato e su aspetti diversi della civiltà etrusca». La rivista Studi Etruschi è tuttora la pubblicazione scientifica di riferimento dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi e Italici, ente di ricerca che, come ricorda l’articolo, nacque poco dopo in quel clima di iniziative.
Tra i protagonisti del convegno del 1926 emerse Antonio Minto, docente di etruscologia all’università di Firenze e soprintendente alle antichità per l’Etruria dal 1925 al 1951, indicato da Della Fina come lo studioso che più di ogni altro volle quell’iniziativa. Il suo obiettivo era dare impulso alla ricostruzione della storia più antica della penisola italiana: «Un risveglio tutto nuovo nel campo degli studi e delle ricerche per la conoscenza di quelle più antiche civiltà dell’Italia nostra».

Nei mesi precedenti Minto si era battuto anche per la costituzione del Comitato Permanente per l’Etruria. Il ricordo di quella stagione fu affidato anni dopo a Ranuccio Bianchi Bandinelli nelle pagine di Un tempo lontano, pubblicato in Studi Etruschi 24 (1956, pp. XI-XIV), al quale si deve anche «il disegno della copertina degli Atti e delle pubblicazioni collaterali».
I lavori proseguirono fino al 4 maggio e riunirono i maggiori archeologi del tempo insieme a giovani studiosi destinati a segnare la disciplina. Le tre relazioni centrali furono affidate a Luigi Pareti, sul tema delle origini etrusche; a Bartolomeo Nogara, sulle problematiche della lingua etrusca; e a Pericle Ducati, che offrì «un inquadramento dell’arte e della civiltà etrusche alla luce delle conoscenze del suo tempo».

L’articolo de Della Fina insiste anche sulla dimensione pubblica dell’evento. Non fu una riunione chiusa agli specialisti. Nella mattina del domenica 2 maggio i congressisti e i giornalisti italiani, inglesi e tedeschi partirono «alle ore 5, a bordo di “sei rapide autovetture”» per un’escursione nell’Etruria settentrionale.
A Vetulonia, una delle tappe, l’accoglienza fu calorosa: «Il suono della banda civica e lo scampanio gioioso del campanile della chiesa accompagnarono la comitiva nel giro del paese, tutto pavesato a festa». Manifestazioni simili, osserva l’autore, si verificarono anche negli altri centri raggiunti. (@EtruscanTimes)

