Spina etrusca, grande porto del Mediterraneo: chiude mostra al Museo Etrusco di Roma

ROMA, 8 APRILE – Si immagini una distesa di paludi nel silenzio del Delta del Po sorvolato da uccelli acquatici; intorno vegetazione palustre e sabbie emergenti: così doveva apparire la zona del delta del Po, la sua riva destra, a coloro che per primi – durante lavori di bonifica idraulica – si imbatterono nella zona funeraria di una delle città etrusche più potenti e fiorenti dell’alto Adriatico, Spina. Ritenuta anello di congiunzione tra Oriente e Occidente – un’antenata della moderna Istanbul – fondata nel VI secolo a.C., fu un importante porto per il commercio con la Grecia e altri paesi del Mediterraneo, nonché un cruciale nodo di trasporto per la distribuzione delle merci attraverso le rotte fluviali verso l’Europa settentrionale.
Il progressivo mutamento e insabbiamento del Delta di quello che allora veniva chiamato Eridano, portò alla definitiva decadenza di Spina; dopo un rapido declino, in età augustea la città fu ridotta a poco più di un villaggio. L’abitato, parzialmente distrutto da due canali di bonifica, si estendeva su circa sei ettari e presentava un aspetto simile ad altri centri lagunari affacciati sull’Adriatico, con strade e canali che si estendevano anche sui dossi limitrofi. La zona funeraria era dislocata nelle Valli Trebba e Pega, dove lavori di bonifica idraulica hanno rivelato un’ampia necropoli con oltre 4.000 tombe scavate in varie fasi, contenenti corredi di straordinaria ricchezza e complessità. La necropoli di Valle Trebba, scavata negli anni 1922-1935, e Valle Pega, esplorata tra il 1954 e il 1965, contengono tombe con suppellettili funerarie e manufatti che riflettono la vita quotidiana e le pratiche rituali della civiltà urbana di Spina.
I materiali presenti nelle necropoli testimoniano la grande vitalità di Spina e il suo intenso flusso di scambi con Atene e altri partner commerciali, evidenziando il ruolo della città come centro di smistamento e ridistribuzione di merci di lusso. La collezione di vasi figurati della necropoli costituisce una delle più belle e importanti al di fuori di Atene stessa, testimoniando il privilegiato rapporto di Spina con Atene.
Tutto questo materiale ricco, raffinato e sopratutto quai intatto – perchè salvato dai predatori di reperti poichè le sepolture erano finite sott’acqua –  compone la mostra che si è chiusa ieri al Museo Nazionale Etrusco di Roma che ha esposto oltre 700 reperti provenienti da significative istituzioni italiane ed internazionali. Testimonianze del legame strettissimo con la Grecia e del continua intersecarsi tra realtà e mito, come dimostrano le decorazioni delle splendide suppellettili.
La mostra era giunta a Roma dopo essere stata a Comacchio e a Ferrara nel centenario della scoperta di Spina.
Il percorso espositivo è introdotto da una serie di approfondimenti tematici che, attraverso un’accurata selezione di reperti, offre al visitatore un’ampia visione degli orizzonti storici che collegavano Caere/Agylla l’odierna Cerveteri, con Pyrgi e Spina. Una connessione temporale che rimanda ai viaggi di Ulisse e alle imprese di Eracle in Occidente, attraverso un inedito accostamento tra l’imponente cratere della tomba 579 di Valle Trebba e il coevo Altorilievo di Pyrgi (entrambi rappresentanti il mito dei Sette contro Tebe, un potente monito contro le inciviltà e le barbarie delle guerre fratricide).
Un paesaggio aspro e ostico, quello del Delta del Po dominato magistralmente dagli etruschi che incontrano idealmente il mito di Dedalo nel piccolo vaso in bucchero datato 630-620 a.C., in cui è raffigurato il celebre inventore che per i greci rappresenta colui che domina un ambiente difficile e inospitale, alludendo metaforicamente alla maestria idraulica degli etruschi nel bonificare un ambiente così insidioso.

Nelle sale dedicate ai commerci e alle relazioni fra i vari popoli del Mediterraneo, evocate dalla selezione di anfore da trasporto, spicca l’Hydria etrusca a figure nere dedicata al mito della metamorfosi dei pirati tirreni trasformati in delfini da Dioniso. Ma ci sono anche anfore, crateri e kylix – tutti dalle proporzioni più a,pie del normale – che incantano per l’accuratezza delle figure e per i continui rimandi al mondo della mitologia.
Un’importante selezione dagli oltre 4000 corredi funerari restituiti dalle necropoli descrive la forte valenza rituale di stampo ellenico. Infine una terracotta votiva raffigurante Enea e Anchise in fuga da Troia chiude idealmente il percorso, celebrando il primo oggetto restituito dalle sabbie di Spina nel 1668.

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