Prendere il rython per le corna: al Met incontro su patrimonio e trasparenza

(di Ilaria Dagnini Brey) NEW YORK, 2 LUGLIO – Prendere il rython per le corna. Al Metropolitan Museum di New York si e’ svolto questa settimana un incontro su patrimonio culturale e trasparenza. La restituzione all’Italia, nel 2008, del Cratere di Eufronio da parte del Met ha rappresentato un momento fondamentale nel processo che ha portato i musei americani a fare chiarezza sulla provenienza di molte delle opere conservate nelle loro collezioni. Non è stata però una svolta, o perlomeno non una svolta immediata.
Il grande vaso del sesto secolo dell’era precristiana, l’unico che rimane dei ventisette dipinti dall’artista attico Eufronio, fu trafugato da una tomba etrusca nei pressi di Ceveteri nel 1971 e il Met lo acquistò l’anno successivo dall’antiquario americano Robert Hecht, che a sua volta lo aveva comprato da Giacomo Medici, mercante di antichità italiano condannato nel 2005 per traffico di oggetti di scavo rubati. Nel 2019, vale a dire in tempi recenti, l’ufficio del procuratore distrettuale di New York ha imposto al Met di restituire all’Egitto un sarcofago d’oro fatto uscire illecitamente da quel paese nel 2011.
Il clima però è quasi improvvisamente cambiato in questi ultimissimi anni. Per effetto, nel caso del Met, dell’attività, implacabile, delle autorità newyorchesi addette alla salvaguardia del patrimonio; ma, più in generale, per la crescente attenzione dei media sull’argomento e l’intenso scrutinio di un pubblico sensibilizzato nel corso degli ultimi vent’anni dalla rivelazione delle drammatiche e spesso rocambolesche vicende di opere d’arte sottratte dal Nazismo a individui e istituzioni ebraiche.
Il tema della provenance oggi, la storia di chi ha posseduto un oggetto d’arte nel corso della sua esistenza, è un tema di grande attualità per il mondo dell’arte, e scottante per i musei. Ne era prova, al Metropolitan Museum, la sala gremita di curatori, storici dell’arte, giornalisti e collezionisti per un colloquio sul tema, la prima di una serie di incontri che il museo intende organizzare e corollario all’iniziativa del Met di inserire nel suo staff quattro ricercatori esclusivamente incaricati di scandagliare le origini degli oggetti nelle sue collezioni.
Victoria Reed, una delle relatrici dell’incontro e da vent’anni responsabile della provenance per il Museum of Fine Arts di Boston, ha raccontato che l’impegno del suo museo risale all’epoca in cui si iniziò a fare luce, e giustizia, sui dipinti e gli oggetti sottratti agli ebrei dai nazisti per mezzo di espropriazioni, aste truccate, vendite forzate, o puri e semplici furti. Ne vale la pena, ha aggiunto Reed, toccando il tasto delicatissimo dell’ansia, diffusissima nei musei, che temono che frugare nel passato delle loro collezioni riveli molte o forse troppe scomode verità.
Dal 2022 l’ufficio per la protezione del patrimonio del procuratore distrettuale di New York ha impugnato sessanta opere del Met. Il rischio delle scoperte sgradevoli va corso, sostiene Victoria Reed, sotto il profilo morale, innanzitutto, e dell’immagine, ma anche da un punto di vista economico.
E poi, e’ intervenuta Lynley McAlpine. Scavare nel passato di un oggetto archeologico – ha osservato McAlpine, responsabile della provenance per il Museo di San Antonio, nel Texas, un piccolo museo che possiede però una ricchissima collezione di antichità greche e romane – spesso rivela informazioni preziose, che arricchiscono la nostra conoscenza di quel particolare manufatto e delle epoche che la sua lunga esistenza ha attraversato.
Siamo stati tutti un po’ approssimativi nel passato per quel che riguarda la storia degli oggetti nei nostri musei, ha dichiarato Andrea Bayer, vice direttore per le collezioni e l’amministrazione del Met, esprimendo una riflessione commune a molti musei. La presenza nel ruolo di moderatore del colloquio di Arun Vernugopal, giornalista specializzato in temi di razzismo, immigrazione e ineguaglianza, ha suggerito come non si possa parlare di provenance, oggi, senza riandare con la riflessione all’epoca del colonialismo e ai paesi in via di sviluppo da cui provengono importanti collezioni raccolte dai musei americani: un tema tanto controverso quanto rilevante a cui è auspicabile che il Metropolitan Museum dedichi uno dei suoi prossimi colloqui.

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